Durante la guerra civile libanese, tra il 1975 e il 1990, portare l’uva alla cantina di Ghazir, poco più di venti chilometri a nord di Beirut, non era una questione logistica. Si trattava piuttosto di rischiare la vita per attraversare quello che restava di un paese distrutto. Strade chiuse, posti di blocco, milizie, eserciti… Eppure, Serge Hochar non mancò una vendemmia. Una sola, in verità, quella del 1976. E addirittura, nel 1984, dinanzi a una situazione sempre più drammatica, con i pochi grappoli sopravvissuti, ormai caldi, schiacciati, già in fermentazione, decise di compiere l’ennesimo gesto di resistenza: vinificare lo stesso. Non per salvare un’annata, ma per dichiarare guerra alla guerra.
Tienilo a mente leggendo quello che segue, il racconto di una verticale di 6 annate di un vino che definire iconico sarebbe un po’ come sminuirlo. Quale vino? Sto parlando del Rosso di Chateau Musar.
Un’esperienza per cui voglio subito ringraziare chi l’ha resa possibile: quello che, per quanto riguarda il vino, considero il mio maestro, Vasco Ciuti, che ha messo a disposizione bottiglie e conoscenza, e, per l’organizzazione, Sabores, il locale dove da circa un anno lavoro, ma che per una sera mi ha accolto da cliente. Grazie.


Beh, prima di passare agli assaggi, magari ti fa piacere qualche ulteriore informazione su quella che, non solo io, ritengo essere la cantina più importante del Libano.
Tutto iniziò nel 1930, quando Gaston Hochar, dopo un viaggio a Bordeaux nel quale rimase affascinato dalla cultura vinicola francese, decise di fondare appunto Chateau Musar. Però se parliamo del vino attuale un ruolo importante l’ha giocato suo figlio, proprio quel Serge Hochar, che dopo essersi laureato in enologia, sempre a Bordeaux, finalizzò il metodo di produzione ancora oggi portato avanti dalla generazione attuale della famiglia.
Ma torniamo al Rosso di Chateau Musar.
I vigneti della valle della Bekaa, situati vicino ai villaggi di Aana e Kefraya, nascono su suoli ghiaiosi dalla base calcarea e, grazie all’altitudine di circa 1000 metri sul livello del mare, godono di forti escursioni termiche, alle quali possiamo facilmente ricondurre parte della tensione e dell’eleganza che questo rosso di impostazione bordolese porta con sé.
I vitigni utilizzati sono Cabernet Sauvignon, Carignan e Cinsault, più o meno in parti uguali, siccome le percentuali effettive cambiano di anno in anno.
Un altro ingrediente fondamentale è di certo il tempo, la pazienza. Le uve vengono vinificate separatamente in vasche di cemento dove rimangono a fermentare a lungo. Dopo 6 mesi i vini vengono spostati in botti di rovere francese a riposare per circa un anno. A quel punto viene creata una cuvée che passa in cemento ulteriori 12 mesi. Ma non è finita qui, infatti dopo l’imbottigliamento, il vino riposa ancora nelle cantine di pietra per 4 anni, arrivando sul mercato ben 7 dopo la vendemmia.
Ovviamente, non te ne starei parlando se non ci trovassimo di fronte a vigne condotte senza l’utilizzo di chimica di sintesi, peraltro già dagli anni ’50, a fermentazioni spontanee e all’assenza di filtrazioni o stabilizzazioni.
Bene, adesso è arrivato il momento di svelarti le annate assaggiate: 1999, 2000, 2002, 2003, 2004 e 2011.

Per raccontartele, sperando di non annoiarti, preferisco però prima illustrarti i punti in comune dei 6 vini e successivamente il carattere di ciascuno rapportandolo all’annata.
Se il fil rouge principale è una chiara mediterraneità, espressa attraverso sorsi ricchi, concentrati e profondi, un’altra caratteristica ricorrente è una nota di brett, in alcuni vini più evidente che in altri, ma mai così presente da coprire il resto. Dona anzi diverse sfumature a un ventaglio di aromi e profumi molto complesso, a partire da una leggera e piacevole affumicatura, che alla fine di ogni sorso ricorda la cenere, o la brace appena spenta. Sinceramente, poche altre volte mi è capitato di trovarmi di fronte a una “batteria” così interessante e tutta di livello, senza etichette fallate o passate oltre.
Chateau Musar Rosso 1999
L’invidiabile andamento climatico porta le uve a una maturazione ottimale. E in bocca la bontà dell’annata si sente tutta, ogni componente, anche grazie ai 27 anni trascorsi dalla vendemmia, appare in perfetto equilibrio. Se il tannino risulta di una finezza incredibile, il sorso è ancora vivo, mai stanco, sinuoso nello scorrere. Per me, il vino della serata.
Chateau Musar Rosso 2000
Un’annata segnata da un inverno clemente, quanto da un’estate piuttosto calda, obbliga a una vendemmia precoce. Rispetto alla 99, in bocca, la concentrazione è maggiore, mentre manca quel filo di acidità in più che avrebbe aumentato la piacevolezza del sorso. Il tannino è sì più presente, ma pecca di eleganza. Inoltre è anche la bottiglia dove si percepisce di più il brett. E quella in cui gli anni si fanno sentire maggiormente.
Chateau Musar Rosso 2002
Nonostante un inverno freddo e piovoso, protratto praticamente fino a giugno, grazie al caldo agostano, le uve maturano e vengono raccolte tardivamente. Nasce così un vino che alla concentrazione della 2000, e all’eleganza della 1999, unisce vivacità e freschezza. Il tannino risulta ancora vispo, divertente, lasciando intendere il meglio per gli anni a seguire.
Chateau Musar Rosso 2003
Pioggia d’inverno, caldo secco in primavera ed estate. Risultato? Uve dalla grande concentrazione di zuccheri che hanno dato vita a un vino più evoluto e meno austero dei precedenti. Elegante sì, nonostante l’annata. Ma un po’ meno materico di quanto mi sarei aspettato. Il tannino, maturo, si percepisce ancora. La “versione” più contemporanea della batteria.
Chateau Musar Rosso 2004
Un’annata decisamente mite rallenta la maturazione dell’uva. Sebbene l’ondata di caldo sul finale salvi la componente zuccherina, il vino ricorda la 2003, ma con ancora meno presenza in bocca. Insomma, il più esile della verticale. Anche per questo è il millesimo in cui la volatile si fa sentire di più.
Chateau Musar Rosso 2011
L’andamento climatico, decisamente singolare, porta a un forte ritardo nella vendemmia, la più tardiva dal 1983. Scalpitante, come mi aspettavo dall’età e dall’annata, il 2011 dimostra grande personalità pur risultando già pienamente godibile. Forse non tra i più emozionanti, vista anche la sua “giovinezza”, ma sicuramente il più divertente da bere e da abbinare.
P.S. La serata si è chiusa con una bella sorpresa, sempre proveniente dalla cantina di Vasco, uno Chateau Musar Bianco 2006, il frutto dell’assemblaggio tra Obaideh, il progenitore dello Chardonnay, e Merwah, quello del Semillon (anche se gli studi suL DNA delle 2 uve libanesi oggi sembrerebbero negarlo). Non al massimo della forma, gli manca un filo di slancio, ma resta un vino sicuramente ricco di fascino.
Cagliaritano DOC classe 1984, Esperto Assaggiatore ONAV e consigliere per la delegazione cittadina della medesima, mi son avvicinato al mondo del vino circa una decina di anni fa, innamorandomi fin da subito del movimento “naturale” e in seguito anche delle fantastiche persone che lo popolano.
Galeotto fu un seminario di degustazione in 4 serate tenuto a Cagliari da Sandro Sangiorgi, del quale, pur senza capirci a quel tempo una benemerita mazza, ancora ricordo, per filo e per segno, alcuni degli splendidi vini assaggiati. Mi colpirono per la loro istintività, di come allo stesso tempo riuscissero a essere imprevedibili e conviviali.
Un sogno? Aprire una piccola enoteca con mescita.
Dove? A Cagliari. E dove sennò.



