Storie autentiche di vino, cibo e persone

L’altro giorno, sistemando la cantinetta, mi sono ritrovato davanti una bottiglia che da buon geek del vino custodivo così gelosamente da essermi scordato persino di possedere, a differenza dei fratelloni di Cornas e Saint-Joseph: il Vin de France “SP” (Saint-Péray) 2014 di Hirotake Ooka. Sì, il celebrato, ma altrettanto discusso, demiurgo del primo Domaine La Grande Colline. E lì sopra, neanche si fossero messi d’accordo, i due vini di Toru Oikawa, Il Vignaiolo, che avevo recuperato non molto tempo fa, dopo che il buon Matteo Circella, in seguito all’uscita del pezzo sul Barolo 2018 di Tesu Cyo, me ne aveva suggerito l’esistenza. Beh, oltre al comprensibile impulso di stappare tutto, e subito, è come se nella mia testa si fosse improvvisamente acceso uno di quei neon da vicolo di Shinjuku, con una scritta lampeggiante: “なぜ?”. Naze. “Perché?”

Da OOKA a OIKAWA, e oltre: perché il mondo del vino ha perso la testa per i vignaioli giapponesi?

Perché i vignaioli giapponesi sparsi per il mondo godono oramai di un credito che liquidare con la parola “hype” suona quasi riduttivo? Perché le loro bottiglie, sempre poche, spariscono dalle carte e dagli scaffali a cifre che spesso definire impegnative è un eufemismo? E soprattutto: cosa sta premiando davvero il mercato? Una macro-domanda che, in realtà, mi porto dietro dal primo Canon di Ooka, colui che, penso io, per quanto riguarda l’Europa, questo fenomeno l’ha praticamente inaugurato.

Hirotake Ooka nasce a Tokyo e studia chimica alla Meiji University, sino a quando, complice un viaggio in Francia, molla tutto per iscriversi, nel 1997, alla scuola di enologia di Bordeaux. Poi però si sposta a lavorare in Rodano settentrionale: prima Jean-Louis Grippat a Tournon, poi la responsabilità delle vigne per Guigal e, nei fine settimana, il lavoro da Thierry Allemand, il faro del vino naturale a Cornas. È lì che nel 2001 nasce la sua prima annata firmata La Grande Colline che, nel caso te lo stessi chiedendo, non è un nome scelto per caso: in giapponese oo significa grande e oka collina. Esatto. Semplicemente la traduzione del suo cognome.

Su 3,8 ettari di pendii tra Saint-Péray, Saint-Joseph e Cornas, Ooka si spinge dove, tutto sommato, pochi in quel periodo osano: niente trattamenti, niente chimica, niente tecnologia. Fermentazioni a grappolo intero, vecchi legni, zero solforosa. Risultato? Il suo “Canon”, rosso o bianco (mai trovato) che sia, diventa in breve la bottiglia-totem dei bistrot naturali parigini e non solo. Le foto della sua cantina, invece, quasi dei meme, tanto contraddicevano l’idea di perfezione propria dell’enologia contemporanea.

Poi, il colpo di scena: vendemmia 2017, l’ultima. Ooka lascia tutto – le vigne passano a Jonathan Jacquart, che le rileva su indicazione dello stesso Thierry Allemand, presso cui aveva lavorato un anno – e se ne torna in Giappone, a Okayama, dove fonda La Grande Colline Japon. Per crescere i figli a casa, ha raccontato. Anche se diverse malelingue continuano a sussurrare di una scellerata gestione economica. Io, nel caso, penserei di più all’impatto delle sue rischiose scelte, in vigna e in cantina, nel corso di alcune annate devastanti (la 2013 su tutte). Chissà.

Insomma, il pioniere abbandona la scena proprio mentre il movimento che ha contribuito a ispirare sta esplodendo. (Mai stato uno da seguire le mode. Nemmeno la sua.)

Già, perché di esplosione si tratta. In Borgogna, nel 2010, Tomoko Kuriyama – formatasi a Geisenheim e per anni enologa di Weingut Friedrich Altenkirch nel Rheingau – fonda assieme al compagno Guillaume Bott, all’epoca braccio destro di Simon Bize, la maison Chanterêves: micro-négociant di Savigny-lès-Beaune diventato col tempo anche domaine con vigne di proprietà e, soprattutto, un nome da carte importanti, in primis con il suo Corton-Charlemagne.

L’anno dopo, nel Jura, l’ex ingegnere Hitachi Kenjiro Kagami, transitato anche lui dalla “bottega” di Allemand e poi a lungo da Bruno Schueller in Alsazia, pianta su spinta dell’amico Jean-François Ganevat la bandierina del Domaine des Miroirs a Grusse, le cui bottiglie sono diventate, in poco più di un decennio, tra le più introvabili e costose dell’intera regione. E nel caso te lo stessi chiedendo di nuovo: sì, kagami in giapponese significa specchio.

A Bordeaux invece bisogna aspettare il 2015, quando Osamu Uchida, che di cantine francesi ne aveva visitate qualcosa come trecento, decide di avviare la sua, nel Médoc.

E poi c’è la storia che, più di ogni classifica, misura la temperatura del fenomeno: quella di Rié e Hirofumi Shoji, conosciutisi alla scuola del vino di Beaune e approdati sulle terrazze tra Banyuls e Collioure con il loro progetto Pedres Blanques. Primo millesimo, il 2017: diecimila bottiglie di Grenache volatilizzate, prezzo più che raddoppiato nel giro di un anno e le bottiglie già in carta a El Celler de Can Roca, appena oltre il confine spagnolo.

Solo che nell’aprile 2018 la prefettura dei Pirenei Orientali decide però di negare loro il permesso di soggiorno: reddito giudicato insufficiente, una manciata di giorni per lasciare la Francia. Risultato? Decine di migliaia di firme raccolte in poche settimane e vignerons della zona in rivolta, con Alain Castex, pioniere del vino naturale del Roussillon con il suo Casot des Mailloles, a dichiarare in TV che il loro è “un vino straordinario”, ed espulsione annullata. Con la prefettura che fa marcia indietro, concede un titolo provvisorio e riapre il dossier.

Ecco, lasciami dire che in Francia a quel punto non stavano più parlando di una simpatica curiosità folkloristica. E infatti hai idea di quante altre realtà non sto nominando?

Sarebbe poi fin troppo facile uscire dall’Europa, citando per esempio Hiroyuki Kusuda che a Martinborough seleziona dal 2002, acino per acino, Pinot Nero e Riesling tanto ricercati da valergli, nel 2022, il titolo di Winery of the Year New Zealand per The Real Review. O Yoshiaki e Kyoko Sato, Shigehisa e Mieko Kimura, Atsuko Radcliffe di Small Forest Wines, Nori Nakamura di Noria Wines e…

E quindi? Naze? La risposta, quella facile, è la cartolina: sono giapponesi, dunque precisi, zen, eccetera. Una scorciatoia che mi ricorda tanto il “sa di Borgogna” affibbiato a una certa nouvelle vague di Langa: comodo, evocativo, pure un po’ rancoroso, e sostanzialmente vuoto.

Ma la risposta che mi sono dato io, mettendo in fila le loro storie, è appena meno esotica, forse più scomoda. E può essere riassunta in quattro punti.

Primo: quasi tutti si sono fatti misurare prima di farsi ammirare. Geisenheim, Beaune, Bordeaux, gli anni da Allemand, da Mugnier, da Bruno Schueller… Studi e apprendistati veri, in sistemi severi, comunque non corsi da un weekend di storytelling.

Secondo: il loro stile tendenzialmente coincide con il gusto del momento. Purezza, freschezza, vini che lasciano parlare, almeno nella comunicazione, la vigna più della cantina e che non hanno bisogno di alzare il volume per farsi notare: esattamente ciò che oggi la sensibilità dell’appassionato va cercando.

Terzo, e per me decisivo: la cultura che diventa metodo, non leggenda. O meglio: prima che leggenda. È lo shokunin di cui ti parlavo qui, la dedizione assoluta al gesto, al tempo necessario e alla responsabilità del fare. Un’ossessione per i dettagli che non resta sull’etichetta, peraltro sempre bellissima e centrata sul racconto, ma si ritrova nel bicchiere. 

Ti sembra una cavolata? Allora prova un attimo a pensare alla cucina giapponese. Per esempio, al ramen, alla sua matrice cinese e a come il popolo giapponese l’ha elevato trasformato.

Quarto, probabilmente il lato più oscuro: la scarsità. Produzioni microscopiche, allocazioni, frequente rifiuto, quasi paura, della vendita diretta, e una fetta consistente che prende l’aereo per Tokyo, dove un mercato piccolo, certo, ma tra i più colti del pianeta non aspetta altro.

Il risultato già lo conosci: da noi trovarle è una caccia al tesoro e i prezzi finiscono per prendere, quasi sempre, l’ascensore. Per dove? Sinceramente mi sfugge. Legittimo, per carità. Però è qui che l’hype rischia di mangiarsi il resto, probabilmente il torto peggiore che si possa fare a qualcuno che dovrebbe aver costruito tutto per il contrario: per farsi giudicare nel calice, a tavola. Strano, no?

E in Italia? Da noi il fenomeno sembrerebbe correre più sottotraccia, legato al circuito artigianale, naturale, più che alle guide e al classico concetto di fine wine, ma c’è eccome. Lo sai bene. Di Tesu Cyo a La Morra ti ho appunto già raccontato. In Val Trebbia, invece, c’è Shun Minowa, arrivato a Travo passando per La Stoppa e uscito nel 2019 con la sua prima annata. Lo conosci, vero?

E poi ci sono i coniugi Sasaki di Cascina Lieto, a Castiglione Tinella, a cavallo del confine tra Cuneo e Asti: Hiroto, ex maestro di sci a Nagano, vive in Italia dal 1997 e per quasi vent’anni, da Roma, ha esportato vini artigianali e prodotti alimentari verso il Giappone. Nel 2018, con la moglie Rie, compra una vigna di Moscato di oltre 55 anni con cascina annessa: 600 bottiglie il primo anno, oggi circa 4.000, tutto rigorosamente “a sensazione”, niente analisi, vendemmia decisa dall’assaggio dei vinaccioli e un minimo di due anni di bottiglia prima dell’uscita.

Con loro, ti confesso, il mio rapporto è partito in salita, per colpa di “LR”, un bianco macerato che avevo fatto fatica a comprendere, apparso in un vecchio S-BANCO D’ASSAGGIO. Poi è arrivato il Bisò, il loro Nebbiolo, che ha scalfito il mio pregiudizio con l’equilibrio tra la finezza del frutto e la sua tensione gustativa. Nonostante un esborso sempre rilevante.

Ed eccoci a Toru Oikawa. Classe 1981, sommelier, arriva in Italia nel 2014 e passa anni a bottega nella Toscana dei grandi Sangiovese: prima Case Basse, poi Castello di Ama e Pàcina. Nel 2020 compie il grande passo: a Monteaperti (Castelnuovo Berardenga), nel Chianti, nasce Il Vignaiolo di Toru Oikawa, con 1,1 ettari presi in affitto e lavorati interamente a mano. Per davvero. Le poche righe che si trovano in rete parlano appunto di un passaggio formativo nientemeno che da Gianfranco Soldera e di un obiettivo dichiarato con un candore disarmante: fare “un vino che commuova le persone”. In Giappone, manco a dirlo, lo importa Racines, una delle insegne di riferimento del vino naturale giapponese, con sede a Tokyo.

Ah, e mentre scrivo, il prossimo capitolo si sta, letteralmente, piantando sull’Appennino. Tatsuhiko Ozaki, “Tatsu”, cresciuto ai piedi del Monte Fuji, fino a ventidue anni sognava di pilotare aerei di linea; poi un problema sanitario gli ha chiuso la porta della cabina e aperto, col tempo, quella della cantina. In Toscana dal 2013, dal 2015 alla Fattoria Lavacchio di Pontassieve, dal 2023 sta impiantando ad alberello, a Firenzuola, su marna e galestro a 720 metri di quota, La Vigna del Vento: Pinot Nero, da una selezione massale di Gevrey-Chambertin, e Koshu, vitigno giapponese documentato almeno dal 1200, imparentato con la vitis vinifera, che in patria soffre le piogge, ma lassù potrebbe finalmente trovare l’asciutto che ha sempre sognato.

Capito il ribaltamento? Non più solo giapponesi che vengono a interpretare i nostri, ma un vitigno giapponese che emigra in Italia. Il primo bicchiere è questione ancora di diverse vendemmie e, te lo dico subito, so già che la mia curiosità mi spingerà a mettermi in fila per assaggiarlo. Sigh. (NdA. Da poco ho appreso che il progetto di Tatsu ha bisogno di una mano: per completare La Vigna del Vento ha appena lanciato un crowdfunding su Eppela. Nel caso ti andasse di contribuire al primo Koshu d’Appennino, dacci un’occhiata.)

Beh, il neon, nel frattempo, continuava imperterrito a lampeggiare. Ma siccome nella mia vita da avvinazzato l’hype e l’impulso poche volte mi hanno fatto godere davvero, ho messo via la smania e il cavatappi, spento l’insegna luminosa e salutato i tre vini. Arrivederci, a una migliore occasione. Questo pezzo mi sembra già troppo una flexata del movimento.

Da OOKA a OIKAWA, e oltre: perché il mondo del vino ha perso la testa per i vignaioli giapponesi? - Luna Sangiovese

P.S. Non è vero. Poche sere dopo, come il tossico in panne davanti al frigo di certi film, ho riaperto la cantinetta e stappato uno dei tre: il “Luna” Sangiovese Toscana IGT 2022 de Il Vignaiolo di Toru Oikawa. Soldera, Ama, Pàcina, aspettative alle stelle, e io lì, sudato per il caldo folle di questi giorni, a ridacchiare nervoso, già pronto alla sola. Bene: ci sono rimasto male. Sai che chiusura, il pezzo sull’hype che finisce con una bella stroncatura. E invece niente da fare. Tridimensionale. Un vino profondo e severo, di quelli che sin dal primo sorso ti fanno intuire gli anni che ci metterà ad accordarsi: inesorabile, ma con una struttura che si fa sentire; un legno avvertibile che lo scurisce pur senza pesare e, nascosta sotto sotto, un filo di arancia volatile che ne accende la dinamica. Diametralmente opposto al Barolo 2018 di Tesu Cyo, molto più giocato su finezza ed eleganza. Che poi i vini con questa sana “cattiveria” giovanile, capaci comunque di graffiare il palato, a me sono sempre piaciuti, lo sai. Per fortuna. O peccato.

 

L’autore: Andrea “Andreinoxp” Penna

Nato a Genova non troppi anni fa (più o meno), passo l’adolescenza a chiedermi perché abbia sempre preferito un raviolo cotto sulla stufa a un Exogino, o ancora cosa mi avesse spinto, ancora infante, a scolarmi tutti i fondi di Moscato d’Asti lasciati incustoditi dagli adulti, dopo il brindisi di Capodanno, incappando nella mia prima ciucca. Intanto, diventato prima Sommelier Professionista AIS e poi Assaggiatore ONAF, dopo svariate esperienze nel mondo della ristorazione, tra cui il servizio dei vini al ristorante “La Terrazza” del Belmond Hotel Splendido a Portofino, dall’ottobre del 2016 sono entrato a far parte dell’Elenco regionale degli Esperti Degustatori dei Vini D.O.C. presso la Camera di Commercio di Genova per poi bla bla bla… Perdonami, mi sto annoiando da solo. Beh, ti prego di mantenere il segreto, ma sappi che ancora oggi, nonostante sospetti sia colpa degli uomini della mia famiglia, del nonno paterno, commerciante di vino in giro per il Nord Italia, di quello materno, agricoltore, combattente e scrittore, e di mio padre, agronomo mancato con il tocco per la fotografia (che io non ho), continuo a chiedermelo qui su Enoplane.com.

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