Q di Luther Blissett è uno dei miei libri preferiti. La tensione latente, la forza del nemico, l’imminenza dello scontro, il tradimento e la sconfitta annunciata, il sogno che non muore, l’idealismo, la dura realtà.
Sono uno snowboarder, ho bene presente il fastidio provato dagli sciatori negli anni ’90 nel vedere certi artisti volare su tavole sciancrate.
È la sciancratura dello snow a avere cambiato per sempre il modo di sciare, seppure la reciproca diffidenza esistente tra i due mondi non sia mutata nel tempo. Lo stesso vale nel rapporto tra sostenitori della scuola enologica naturale e di quella scientifica.
Con il passare degli anni, infatti, produttori, riviste di settore e siti web hanno imparato a raccontare il vino allineandosi il più possibile alla narrazione agricola, pauperistica e naturale della prima ora. È partita una generica sciancratura tecnica per promuovere, almeno di facciata, l’idea del vino contadino, senza mai abbandonare la totale avversione verso un mondo visto come “fricchettone” e nascondendo pratiche eticamente dubbie sia nella produzione che nella comunicazione dei prodotti.
Se inizialmente la migrazione era verso il vino naturale, ora si salvi chi può, perché “il vino naturale non esiste”, tutti a rincorrere la perfezione e a sganciarsi da un termine diventato imbarazzante. Da qui il termine post naturale, ennesima stortura, delegittimazione e sabotaggio della riforma più entusiasmante che il vino abbia mai vissuto e degustato.
Una realtà rivoluzionaria che ha fatto vacillare tutti i cliché a cui l’intera filiera enologica continua a essere indissolubilmente legata, partendo dalla chimica in vigna e in cantina, passando per la sommellerie e la stampa di settore.
Ci sono voluti circa vent’anni e nessun Concilio di Trento perché la macchina fagocitasse il mondo del vino naturale, banalizzandolo e rendendolo vittima di se stesso.
Basta barricate. Il vino buono non può più difettare, perché la deviazione sarà sempre e comunque il suo difetto imperdonabile. Poco importa la coerenza dell’insieme, non si tratta qui di unicità, ma di errore. Sempre, comunque.
E soprattutto non importa se ti piace, non può e non deve piacerti.
È un ragionamento a cui buona parte della supply chain naturale paradossalmente aderisce a testa bassa, evitando il rischio, spegnendo la scintilla, riducendo lo slancio.
Il vino buono si fa in vigna. E in cantina invece, il vino buono non si fa più?
Troppi vini naturali barattano la possibilità di emozionare in nome della perfezione tecnica, raggiunta by all means, e delle possibilità di marketing. Ottenuto il risultato, lo step successivo consiste nel perculare il vino naturale e la sua libertà.
Se a attaccare sono coloro che dovrebbero difendere, capisci bene che qualcosa non torna.
È come se i Fugazi decidessero di suonare pop, perchè più sicuro e redditizio. E criticassero i Bad Brains…
Non cambiano, aumentano invece i prezzi, le etichette e i vari kick di paraculi che paraculano, mentre grassi, grossi e tecnici gongolano. Il mercato scuoce perché i prodotti si assomigliano, l’alcol è malvisto, il critico non critica, incensa e si incensa, il vino si ripete, ma il problema è l’acidità volatile.
Diffidare da maestrini, giornalai e opportunisti vari a cui interessa esclusivamente uniformare e limare le differenze tra vini tecnici e naturali per incompetenza e necessità economica.
Produrre vini coraggiosi, senza additivi ne coadiuvanti. Ridurre drasticamente l’uso dell’anidride solforosa. Smetterla di consacrare qualsiasi etichetta, alimentando speculazioni e carnevalate.
Riconoscere che i vini naturali non faranno mai contenti tutti, ma faranno battere il cuore ai più curiosi.
Ridefinire il confine fisiologico tra sci e snowboard.
Non è anabattismo enologico, è puntellare il vino naturale e la sua sciancratura.
Molto probabilmente è il tuo percorso.
Ora due vini, a cui per scelta non voglio concedere alcuna considerazione aggiuntiva su produttore, annata, vitigno e suolo:
Chanterêves, Aligoté Les Chagniots 2018 e Cornelissen Munjebel Contrada MC 2017.


Uno dei due favoloso come da tempo non ne assaggiavo, immaginifico, emozionante, lento e difficile. Vino di rinascita e direzione. Vino naturale.
L’altro: caro, piatto, stucchevole, noioso. Vino della crisi, il cui compromesso è già evidenziato in etichetta: spontanei sì, ma non troppo. Vino post naturale.
A te il riconoscimento.
Riappropriamoci del termine “vino naturale”: la sua bellezza sta anche nella capacità di infastidire la macchina e i suoi soldatini, nel mandarla letteralmente fuori di testa.
Ci stiamo gettando fumo negli occhi, torniamo alla carica, riprendiamoci il nostro vino.
Nato ad Aosta nel Marzo del 1977, passo l’infanzia in skate. Poi snowboard, mountain-bike, trail… Musica, sempre, viaggi e contaminazione pure.
Nel 2006 una Coulée de Serrant fa nascere in me l’amore per il Vino.
Mi informo, assaggio, esploro, leggo e scrivo. Studio! Con ahimè pochissime occasioni di scambio e come sempre, senza indossare divise.
Dal 2019 vendo la mia idea di Vino in Valle d’Aosta. Ma in fondo l’ho sempre fatto: raccontandolo agli amici, annoiando Francesca mia moglie, facendo scappare i miei figli, Bianca e Dante!
Proprio la condivisione insieme alla natura del gusto, sono i cardini del mio approccio. Che è essenzialmente musicale, non necessariamente tecnico. Sicuramente emozionale e positivo. In una parola: hardcore!




E’ una nuova fase di caccia alle streghe.
Mentre prima si doveva trovare il brett,ora si deve scovare il tipo e la volatile a tutti i costi.
Shut up and drink!
La cosa pazzesca é che siano proprio i vigneron naturali a auto-censurarsi. Non tutti, d’accordo. Ma parecchi…
Sono gli addetti ai lavori ad aver creato un clima di terrore.
Condivido! Questo per stare dietro a una bolla che insegue la quantità a discapito della qualità, intesa come gesto artistico. Ora che il vino è in crisi ci ritroviamo con troppi vini post-naturali tutti uguali…