Ti eri già accorto che nelle Langhe, del Barolo e dintorni, da qualche tempo soffia un vento nuovo e, per quanto mi riguarda, assolutamente rinfrescante, che potrebbe far sembrare i “modernisti” non più tali e, temo, anche se difficilmente l’ammetteranno, discretamente incavolare certi “tradizionalisti”?

Sto parlando di una nouvelle vague che qualcuno ha subito battezzato con un semplicistico “sa di Borgogna”, probabilmente a causa delle esperienze lavorative vissute da alcuni dei suoi protagonisti, ma che tu non dovresti fare l’errore di ridurre a una vuota e intercambiabile sequela di addendi: giovani vigneron provenienti un po’ da ogni dove, vigne a volte poco considerate in passato, produzioni decisamente risicate, fermentazioni a grappolo intero…
Perché ok, se di primo acchito si potrebbe anche credere che vada a snaturare l’essenza di un grande territorio, in realtà sto iniziando a pensare sia una rivoluzione necessaria a dargli nuova energia, per traghettarlo con successo attraverso i cambiamenti sociali, economici e climatici che stiamo affrontando. E non ci rimanere male se aggiungo che praticamente solo in Italia fatichiamo a renderci conto che nel mondo c’è posto per tutti. Quasi tutti, dai. Sto parlando di barolisti o giù di lì, eh.

Beh, è proprio per approfondire un po’ questo discorso che, con il mio amico Yuri, sì, quello de Il Vinoso di Dogliani, poco prima di Natale, la mattina di una giornata che per un piemontese DOC sarà ordinaria amministrazione, ma che a me è sembrata la più fredda dell’anno, siamo andati a trovare non una, bensì due realtà di recente formazione che in fatto di Nebbiolo stanno di certo dicendo la loro e si apprestano, a breve, a uscire con i primi Barolo: Vaira Aurelj, la creatura dei fratelli Vaira, Francesco e Giacomo, e D’Arcy, di Tom Myers. Un compito facilitato dal fatto che da poco tempo condividono la cantina nello spazio affittato a Novello, in Località San Grato, accanto a Le Fontane Onlus, una cooperativa dedita a progetti di inclusione socio-lavorativa nel mondo del vino per giovani in condizione di fragilità o svantaggio.

VAIRA AURELJ + D’ARCY: sentire il vento che cambia a BAROLO attraverso una visita in cantina - Cantina

Francesco, il maggiore dei due (che quel giorno non era presente), in vigna è quasi come se ci fosse nato. Dopo aver frequentato l'”Umberto I”, la scuola enologica di Alba, comincia subito a lavorare per diverse importanti realtà della zona, prima Viberti e poi Cogno, mentre, dal 2009, coltiva la vigna nei Fossati lasciatagli dal padre, tristemente scomparso oramai più di un ventennio fa, assieme ad alcuni micro appezzamenti a Vergne, principalmente sponda Narzole, comprati negli anni con l’aiuto della madre, per venderne le uve.

Giacomo che invece in gioventù per il frutto di Bacco non prova molto interesse, si iscrive alla facoltà di scienze politiche a Torino, decidendo in seguito di perfezionarsi alla “Scuola di Management ed Economia” della medesima università, periodo in cui per sbarcare il lunario lavora al ristorante Buon Padre, anch’esso della famiglia Viberti. Un’esperienza che gli permette di passare in breve tempo a lavorare negli uffici della cantina e poco dopo di diventarne, per circa un triennio, il commerciale in giro per il mondo, ma che soprattutto gli fa maturare la decisione d’intitolare la tesi “Business plan di Vaira Aurelj”, segnando di fatto, nel 2019, la genesi della loro cantina che prende il nome da una porzione del cognome nobiliare degli avi paterni.

È in quell’anno che nascono le prime bottiglie di Controcorrente, un interessante Nebbiolo clone Rosè, dalle Coste di Vergne, che in base all’annata viene pigiato con una diversa percentuale di raspo per poi affinare 6 mesi in botti di rovere di Slavonia esauste e altrettanti in bottiglia (del Controcorrente 2021 ti avevo già brevemente parlato in questo S-BANCO D’ASSAGGIO), seguite il successivo dall’uscita del Fuorizona, Nebbiolo clone Lampia così chiamato perché espressione di un territorio, tra l’altro rappresentato nell’ala della farfalla disegnata in etichetta, che guardando la mappatura del Barolo non si capisce come sia potuto rimanerne fuori e che da sempre, oltre a un’evidente analogia del terroir, ancor prima dei “recenti” cambiamenti climatici, ha ininterrottamente dimostrato il suo valore.

Attenzione però, i fratelli Vaira sono i primi a dire che l’FZ non è un Barolo mancato! Se proprio dovessi fare un paragone, l’affinamento è più simile a quello di un Barbaresco, ma ripeto: non è questo che conta, bensì il valore del territorio che vuole rappresentare elevandolo. Beh, non posso negarti che il 2021 assaggiato quella mattina mi ha proprio impressionato. Elegante, etereo e balsamico. Ah, come già detto, sappi che per i due splendidi Barolo, Fossati e “Vigna del Pensiero” non manca molto.

VAIRA AURELJ + D’ARCY: sentire il vento che cambia a BAROLO attraverso una visita in cantina - FZ

Circa 300 anni fa gli abitanti di Vergne erano soliti andare a far legna nei boschi in località San Bartolomeo. Ciò andò avanti sino a che un giorno Cherasco, proprietaria della frazione, gli intimò di pagargliela. Barolo allora, accertato di non avere la potenza economica per saldargli il pregresso, decise di cedergli un pezzo della stessa Vergne, accordo in cui fece rientrare anche il corrispettivo per la futura fornitura di legname. Così facendo divise le colline di San Ponzio e Coste di Vergne che, per quanto riguarda la parte venduta, secoli dopo rimasero inspiegabilmente fuori dai confini della DO.

E Tom? Come potresti immaginare dal nome, la sua storia parte giusto da un po’ più lontano. Tom Myers nasce infatti in Nuova Zelanda e, terminate le scuole superiori, si ritrova a lavorare nel ristorante di Craggy Range, cantina situata nella vocata zona vitivinicola di Hawke’s Bay, dove, a furia di maneggiarlo, comincia a interessarsi al vino. Dopo un periodo passato in Inghilterra, all’Hotel du Vin Tunbridge Wells, nel Kent, ritorna però a casa per cominciare l’università, scelta che tra le altre cose gli permette d’imparare un po’ di francese. E il vino? Non è ancora il momento giusto, tanto è vero che, lasciati gli studi, per alcuni anni si dedica a tutt’altro, periodo in cui però matura l’idea di provare a costruirsi un futuro in quella che nel frattempo si era reso conto essere una sua grande passione. Non devo dirti quale, vero?

Da lì è tutto un susseguirsi di esperienze in giro per il mondo: Nuova Zelanda, Toscana , Borgogna… I Veroni, Caiarossa, Benjamin Leroux, Marquis d’Angerville, Domaine du Pelican, Alain Graillot, Dr. Loosen, Pattes-Loup e Place of Changing Winds sono solo alcune delle tappe che ne arricchiscono il bagaglio, ma è l’amore che lo spinge a trasferirsi Piemonte, più precisamente a lavorare a Barolo dalla Giuseppe Rinaldi, approfondendo quindi il suo rapporto con il Nebbiolo, una relazione non facile siccome mi racconta di come nei suoi vini cerchi sempre di conservare una certa esplosività del frutto, freschezza e profumi, anche in bocca e con un’uva magra e tannica come questa, dinanzi all’ingombrante tradizione produttiva della zona, non sia affatto semplice trovare un punto d’equilibrio che lo soddisfi.

In Langa, oltre a collaborare con alcune realtà, Tom incomincia a cercare della terra dove mettersi alla prova, dove provare a dare un senso ai tanti viaggi passati. Ci mette all’incirca due anni, ma alla fine trova da prendere in affitto una vigna a Barolo nel distretto vinicolo di Preda –  MGA dall’esposizione sud/sud-est di una ventina di ettari (alt. 230/300 mt s.l.m.), di cui circa la metà coltivati a vite e ancor meno a Nebbiolo, racchiusa sul lato orientale del borgo tra Vignane, Zuncai, Costa di Rose, Boschetti e Monrobiolo di Bussia – e così nel 2020, anche grazie a un po’ di Nebbiolo acquistato da un viticoltore di fiducia nel comune di Barbaresco (MGA Ronchi), avvia la sua prima azienda vitivinicola, D’Arcy, il cui nome proviene dal cognome della nonna materna.

Pur avendolo cercato in lungo e in largo (maledetto Yuri e maledetta Liguria), il suo primo Langhe Nebbiolo, il 2020, non sono mai riuscito a trovarlo, ma i vini assaggiati in cantina quella mattina, nonostante l’accenno di legno percepibile del Preda 2020, mi sono sembrati il giusto giro di boa di un’emozionante traversata che è ben lontana dal raggiungere un epilogo. Ne è un grande esempio il Langhe Nebbiolo 2022 (acciaio e cemento, 90% diraspato).

VAIRA AURELJ + D’ARCY: sentire il vento che cambia a BAROLO attraverso una visita in cantina - Preda 2020

Ecco, adesso ti starai chiedendo come sono finiti assieme a Novello, vero?

Per caso. Nel senso che Giacomo e Tom si erano conosciuti anni fa, nel corso di un pasto con amici comuni da More e Macine, ma nonostante entrambi, a causa di uno stile di vinificazione piuttosto lungo, e non mi sto riferendo ai Barolo, stufi di vinificare in giro e soprattutto di stoccare le bottiglie in ogni dove (Vaira Aurelj dal 2023 produrrà 21000 bottiglie, D’Arcy 11000), stessero cercando una sistemazione più stabile – a un certo punto erano talmente disperati da essere disposti a spostarsi a Cossano Belbo -, è solo fortuitamente, grazie a un importatore, che hanno saputo delle rispettive intenzioni, decidendo quindi di dividere un pezzo strada nei locali trovati da Francesco, quello che, ridendo di loro stessi, mi hanno raccontato essere di certo il più pragmatico del gruppo.

VAIRA AURELJ + D’ARCY: sentire il vento che cambia a BAROLO attraverso una visita in cantina

Beh, la mattinata è risultata estremamente piacevole. In Giacomo e Tom, oltre alla formazione economica del primo e all’idealismo del secondo, ho percepito tutta la bellezza di chi ha voglia di fare, anche sbagliando, ma per continuare a crescere, la fame di confronto con il mondo, il desiderio di  sperimentare, magari un giorno finalmente senza la pressione di spese e bollette, la genuinità nello stimare il lavoro di altri produttori della zona… 

Ecco, stavolta non mi dilungherò nel portare alla tua attenzione quanto lavorino pulito o altri aspetti che oramai dovresti dare per scontati se stai leggendo di qualcuno qui su Enoplane.com. Ancora rido se penso a quando mi raccontavano di quanto sono “incazzati” i loro pied de cuve. Permettimi perciò solo ancora di esprimere la convinzione che il futuro delle Langhe passerà di certo da queste due splendide realtà. Se Tom la smette di andare in giro. Infatti non vedo l’ora di assaggiare i loro prossimi vini con calma. Langhe, Barolo o… Anche tu vero?

Ah! Inoltre, uscito dalla cantina, rivolgendo il pensiero al territorio circostante, ho cominciato a riflettere nuovamente su alcuni aspetti connessi a quanto parzialmente anticipato in apertura: il Barolo è uno stile di vinificazione del Nebbiolo in Langa o l’espressione del territorio attraverso questa grande uva? Con il cambiamento climatico hanno ancora senso i lunghi affinamenti in legno imposti dal disciplinare? Per lo stesso motivo alcune frazioni dei vigneti più blasonati dovrebbero ancora essere considerate tali? Non è forse vero che negli ultimi anni molte uve dei sud erano le più bistrattate dal sole? Invece che fare le pulci alle metodologie di vinificazione non sarebbe meglio concentrarsi sulla risoluzione di altre magagne come l’area d’imbottigliamento o…? A cosa porterà la speculazione su alcuni di questi vini? … Qualora volessi aiutarmi a trovare una o più risposte scrivimi pure un’email, nei commenti o sui social. Ti aspetto.

 

About the Author: Andrea “Enoplane” Penna

Nato a Genova non troppi anni fa (più o meno), passo l’adolescenza a chiedermi perché abbia sempre preferito un raviolo cotto sulla stufa a un’exogino, o ancora cosa mi avesse spinto, ancora infante, a scolarmi tutti i fondi di Moscato d’Asti lasciati incustoditi dagli adulti, dopo il brindisi di capodanno, incappando nella mia prima ciucca. Intanto, diventato prima Sommelier Professionista AIS e poi Assaggiatore ONAF, dopo svariate esperienze nel mondo della ristorazione, tra cui il servizio dei vini al ristorante “La Terrazza” del Belmond Hotel Splendido a Portofino, dall’ottobre del 2016 sono entrato a far parte dell’Elenco regionale degli Esperti Degustatori dei Vini D.O.C. presso la Camera di Commercio di Genova per poi bla bla bla… Perdonami, mi sto annoiando da solo. Beh, ti prego di mantenere il segreto, ma sappi che ancora oggi, nonostante sospetti sia colpa degli uomini della mia famiglia, del nonno paterno, commerciante di vino in giro per il nord Italia, di quello materno, agricoltore, combattente e scrittore, e di mio padre, agronomo mancato con il tocco per la fotografia (che io non ho), continuo a chiedermelo qui su Enoplane.com.

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