Minuto 14, secondo 30. Marta Rinaldi: “Mio padre ha fatto un altro mestiere e poi ha saputo ritornare alla vita aziendale, a fare il vino. Io ho scelto molto presto di avere una formazione enologica… Sono stata parecchio con lui, ho iniziato praticamente a tempo pieno nel 2009. E c’era un altro, un’altra persona che è stata anche molto, molto, significativa e importante per me che è Marco Ferrero, che è stato un bravissimo enologo, per tanti anni nella zona di Cerequio, che aveva poi dato una mano, giustamente, a mio padre… Era l’azienda di Marengo Marenda… E quindi lui aveva dato una grandissima mano a mio padre ed è stata una persona, un tecnico che mi ha insegnato tantissimo, a cui devo molto…” Cosa? Marco Ferrero? Enologo? Con Giuseppe Rinaldi? … Un attimo, facciamo giusto un passettino indietro. Che se anche tu, come me in quell’istante, non hai idea di chi sia, magari questa storia ti interessa.
Conosci Vinocrazia? Il podcast di 101 Vini, quello condotto da Andrea Farinetti?
Beh, qualche tempo fa stavo riascoltando per la seconda volta la puntata in cui era ospite Marta Rinaldi. Lo stavo facendo perché, volendo scrivere un qualcosa sull’inevitabile mutamento di Barolo e dei suoi vini nel tempo, ricordavo che ne parlassero con un’ovvia cognizione di causa.
Ecco, possibile me lo fossi completamente perso al primo ascolto? Chi diavolo era Marco Ferrero?
In mezzo al puntuale mare di imprecisioni, miste a fanatismi, da forum del Gambero Rosso, mi è subito venuto in aiuto un articolo scritto da Fabio Rizzari per Acquabuona.it. Ma ciò che mi ha davvero fatto sentire ignorante, oltre che commuovere, è stato quello che annovero tra i pezzi più belli mai usciti su Intravino: Vedendo Barolo Boys penso a mio padre Marco Ferrero e a come davvero è andata a finire quella storia di Federico Ferrero, suo figlio, pubblicato nel “lontano” 2014.
Ok, non ho letto tutti gli articoli di Intravino, anche se quelli che parlano del Barolo penso di sì. Ma poi tanto non si tratta manco di un giudizio. Sto semplicemente parlando di chimica, reazioni personali. Soggettive eh.
Adesso infatti, secondo me, dovresti prenderti una mezz’oretta buona e leggertelo, commenti compresi. Un mio riassunto sarebbe solo una mancanza di rispetto nei confronti di tutti i soggetti coinvolti, della famiglia Ferrero in primis.
Fatto?

Sì, nel frattempo sono andato a rivedermi, per l’ennesima volta, Barolo Boys. Non solo per provare a cercare il fotogramma dove, come scrive Federico Ferrero, “dietro un pallet nella cantina Rinaldi a Barolo, per un secondo e mezzo, mi è parso di aver scorto un profilo addominale convesso, per me inconfondibile.”, ma anche per capire che effetto mi facesse il film di Paolo Casalis e Tiziano Gaia dopo la scoperta del pezzo. Ma non è questo il punto adesso.
Il punto semmai è un altro: spiegami come si fa a non innamorarsi di “quel vignaiolo ossimorico, illustre eppure sconosciuto”? Un uomo in controtendenza, a quei tempi quanto ai giorni nostri, che girava le Langhe del Barolo con un’auto scassata aziendale negli anni del benessere individuale, dell’edonismo, del ben venga il debito pubblico. Che, da quanto sono riuscito a ricostruire, già allora, nel solco della tradizione, partiva da un’idea di pulizia in vigna e in cantina, arrivando a usare, a seconda dell’annata, una quota di raspi e rinunciando alla filtrazione prima dell’imbottigliamento. E che quando Angelo Gaja, nel 1995, acquisì la Poderi e Cantine Marengo Marenda, preferì andarsene, dedicandosi, sino alla pensione, all’aiuto di conoscenti e amici. Giuseppe Rinaldi, per esempio.
Come potrai immaginare arrivato a questo punto, mi si è posto davanti un mastodontico problema, apparentemente irrisolvibile: continuare a vivere felicemente senza aver mai assaggiato un suo vino. Con l’aggravante che tutti i contenuti che avevo trovato online risalivano a diversi anni fa, e che, con ogni probabilità, numerosi amanti del Barolo più scaltri e attenti di me avevano sicuramente già scandagliato il possibile per accaparrarsi quel che ne restava della produzione.
È comunque partito il solito tran tran. Una piccola caccia che si è risolta qualche settimana più tardi con il provvidenziale atterraggio sullo shop, bruttino ma funzionale, dell’Enoteca dell’Arte di Mondovì.

Se nella fotografia, su alcune etichette, noti altri nomi invece di Marengo Marenda è perché l’azienda nel corso degli anni, come riporta Rizzari, è stata conosciuta, in quest’ordine, anche come Società Produttori Barolo Classico, Barolo Cerequio, Tenuta Cerequio, e Vinicola Piemontese.
Durante il pranzo da Uri, che ti avevo raccontato qui, ho stappato insieme a Paolo e Edo il Barolo Cerequio 1988. Qualche giorno dopo un Dolcetto d’Alba 1979. Sebbene mi sembri superfluo raccontarti l’assaggio – se sei arrivato a leggere sino a questo punto, l’importante è che ti abbia permesso di conoscere la figura di Marco Ferrero, mica sapere se un paio di bottiglie con qualche decade sulle spalle giustificano il mio racconto -, eccoti qualche breve nota.

Il Barolo Cerequio 1988, a dirla tutta, forse perché figlio di un’annata “minore” rispetto all’osannata 1989 – di quelle che oggi, causa cambiamento climatico, mi piacciono tanto – si è presentato un po’ più stanco di quanto mi sarei augurato. Il tannino non pervenuto, se non sul fondo. Poi però, pungolato sul vivo da quel mare di aspettative che gli avevamo ingiustamente attribuito, ha finito per aprirsi con caffè, cioccolato e tabacco, accompagnando baldanzosamente un piatto di formaggi per tutti i gusti e le intensità. E mi piace pensare che quella stanchezza iniziale non fosse solo fisiologica, ma anche un po’ quella di un vino che, risvegliatosi dopo un lungo sonno, in un mondo fatto di hype, si sia istantaneamente chiuso in sé stesso.

Il Dolcetto d’Alba 1979, al contrario, mi ha spiazzato. Con un colore e un tannino che dopo quarantacinque anni non avevano nessuna intenzione di togliere il disturbo (è un modo di dire eh). E ok che i tannini di quest’uva sono differenti, ma in quella bottiglia ho ritrovato l’importanza, sociale e non, di un vino che oggi il mercato, magari senza degnarlo di un assaggio, liquiderebbe come minore, ma che minore, in realtà, a quei tempi lo era per pochi, o per nessuno.

Nato a Genova non troppi anni fa (più o meno), passo l’adolescenza a chiedermi perché abbia sempre preferito un raviolo cotto sulla stufa a un exogino, o ancora cosa mi avesse spinto, ancora infante, a scolarmi tutti i fondi di Moscato d’Asti lasciati incustoditi dagli adulti, dopo il brindisi di capodanno, incappando nella mia prima ciucca. Intanto, diventato prima Sommelier Professionista AIS e poi Assaggiatore ONAF, dopo svariate esperienze nel mondo della ristorazione, tra cui il servizio dei vini al ristorante “La Terrazza” del Belmond Hotel Splendido a Portofino, dall’ottobre del 2016 sono entrato a far parte dell’Elenco regionale degli Esperti Degustatori dei Vini D.O.C. presso la Camera di Commercio di Genova per poi bla bla bla… Perdonami, mi sto annoiando da solo. Beh, ti prego di mantenere il segreto, ma sappi che ancora oggi, nonostante sospetti sia colpa degli uomini della mia famiglia, del nonno paterno, commerciante di vino in giro per il nord Italia, di quello materno, agricoltore, combattente e scrittore, e di mio padre, agronomo mancato con il tocco per la fotografia (che io non ho), continuo a chiedermelo qui su Enoplane.com.



