Storie autentiche di vino, cibo e persone

C’è un paradosso al centro della mia vita che non sono mai riuscito davvero a risolvere (ben più di uno in realtà…).
Sono nato a Genova, cresciuto con il suono del mare, la salsedine in bocca e il profumo di focaccia alle sette, facciamo otto va’, del mattino. Eppure il luogo dove mi trasferirei domani, senza pensarci un attimo, senza nemmeno salutare, è la Langa del Barolo. Quelle colline che in primavera sembrano un mosaico di vigne e luce, mentre coi primi freddi si vestono di nebbie fitte come lana. Una magia che nessuna fotografia è mai riuscita del tutto a cristallizzare, ma che un buon calice potrebbe invece spiegarti in pochi secondi.
Per questo motivo, invece di attaccarti l’ennesimo pippone sulle mie radici, preferisco mettere nero su bianco come questa terra scrive il Barolo, l’altro, ingombrante, motivo per cui continuo a immaginarmi lassù.
Ah, perdonami se nel farlo sarò un pochettino più scolastico del solito.

 

Un mare di milioni di anni fa

Quello che oggi è il territorio del Barolo era, circa 15 milioni di anni fa, il fondo di un mare. Ma non è una metafora poetica: è letteralmente quello che è successo. L’intera area delle Langhe faceva infatti parte di un vasto bacino marino, il Bacino Terziario Piemontese, formatosi quando la collisione tra le grandi placche tettoniche costruì le Alpi. Su quei fondali si accumularono poi, strato dopo strato, i sedimenti che sarebbero diventati i rilievi su cui oggi crescono le viti. E dopo che emersero, inclinandosi verso nord-ovest – una struttura che i geologi chiamano monoclinale -, l’erosione fece il resto: scolpendo, incidendo, plasmando.
Il risultato sono queste colline strette e asimmetriche, eppure perfette, con un fianco più ripido esposto generalmente a sud-est (il reggipoggio) e uno più dolce che guarda a nord-ovest (il franapoggio).

Riconosci l’MGA della fotografia?

 

Undici comuni, tre crinali, due valli (e un mare di possibilità)

La DOCG si estende su undici comuni: Barolo, Castiglione Falletto, Cherasco, Diano d’Alba, Grinzane Cavour, La Morra, Monforte d’Alba, Novello, Roddi, Serralunga d’Alba e Verduno. Barolo, Castiglione Falletto e Serralunga vi rientrano interamente, gli altri otto contribuiscono solo in parte.

Vista dall’alto, la zona è strutturata attorno a tre crinali principali che corrono in direzione nord-sud. Il primo, a ovest, va da Verduno fino a Novello passando per La Morra. Il secondo, al centro, collega Castiglione Falletto a Monforte d’Alba. Il terzo corre lungo tutta la dorsale di Serralunga, con quote che crescono man mano che si scende verso sud.

Questi tre crinali delimitano due valli. La prima, la valle di Barolo, è più ampia e forma nella sua parte centrale una sorta di bacino naturale, serrato a sud dalle colline della Ravera. Una conformazione che trattiene il calore e limita il ricambio d’aria (ti è mai capitato di pranzare in terrazza da Brezza chiedendoti che fine avesse fatto il vento che ti aveva accompagnato per tutto il viaggio?), non a caso è tra le zone più precoci della denominazione. La seconda, la valle di Serralunga, è invece più stretta e rettilinea, insomma non una “conca chiusa”. Inoltre i due versanti che la delimitano si comportano in modo distinto: il lato occidentale, quello di Monforte d’Alba, va in ombra nel tardo pomeriggio registrando vendemmie più tardive e maggior freschezza; il versante opposto, quello di Serralunga d’Alba, gode invece del sole pomeridiano, risulta più precoce e porta a espressioni tanniche più mature.

Lungo i fianchi dei rilievi principali si innestano infine dorsali secondarie orientate in direzione est-ovest, finendo di creare quel reticolo che sulle mappe molti paragonano a una lisca di pesce.
Quanto all’altitudine, i vigneti si collocano generalmente tra i 200 e i 400 metri, con qualche eccezione fino ai 500. Un dislivello per nulla trascurabile.
Infatti, salendo di quota, a parità del resto, i vini guadagnano in freschezza e finezza tannica a scapito della densità. La vendemmia ovviamente tende a spostarsi in avanti.

Per una mappa come si deve non hai altre possibilità che enogea.it

La terra che scrive il Barolo

Ed eccoci al punto. Quello che più di tutto distingue un Barolo da un altro, più dell’esposizione, per alcuni anche più della mano del vignaiolo, è la composizione del suolo su cui crescono le viti.
A chi mi riferisco? Ad Alessandro Masnaghetti su Enogea360, a Ian D’Agata e Michele Longo in Barolo Terroir, e all’Atlante delle Vigne di Langa di Slow Food. Fonti, diciamo pure, “non sospette di improvvisazione” e che, se come me sei in fissa con il Barolo, dovresti anche tu avere in casa.

La distinzione fondamentale è quella tra la parte orientale e quella occidentale della denominazione. Spostandosi da sud-est verso nord-ovest si incontrano formazioni progressivamente più recenti, originate in epoche diverse da quel lungo processo sedimentario descritto sopra.

A est, nei comuni di Serralunga d’Alba e in larga parte di Monforte, domina la Formazione di Lequio, la più antica, originatasi nello stadio Serravalliano del Miocene, tra i 13 e gli 11 milioni di anni fa. Un’alternanza di marne chiare, dal bianco all’ocra, e sabbie legate da carbonati, ad altissimo contenuto di calcare.
Se hai mai aperto una bottiglia giovane di Serralunga e ti sei trovato davanti un muro di tannino scontroso come pochi altri, è questa la ragione. Di fatto i vini nati qui sono tendenzialmente i più potenti, i più longevi, i più lenti ad aprirsi.
“Noi di Serralunga non abbiamo paura di nessuno”, raccontava Giuseppe Boasso, viticoltore di Serralunga classe 1910, nell’Atlante delle Vigne di Langa. Beh, se ti è capitato di berne una con diversi anni sul groppone, sicuramente saprai già di cosa parlava.

Al centro, principalmente a Castiglione Falletto, parte di Monforte e parte del comune di Barolo, si trovano le Arenarie di Diano, formate durante il Tortoniano. Sabbie cementate di tonalità variabile, dal grigio al bruno, a grana più o meno fine e compatta, meno calcare.
Danno vini che conservano la struttura e la longevità proprie del Barolo, ma risultano, in via di massima, più carnosi, con una bocca più rotonda e meno tagliente rispetto a quelli dell’est.

A ovest, nei comuni di La Morra, Barolo e parte di Verduno, dominano invece le Marne di Sant’Agata (Fossili), le famose tov del dialetto locale: marne argillo-calcaree di colore grigio-azzurro, originate durante il Tortoniano. Maggiore fertilità, maggiore capacità di ritenzione idrica.
Per questo i vini di La Morra sono considerati universalmente i più eleganti, i più profumati, senza mai dare l’idea che si tratti solo di una questione di stile produttivo.

All’estremo nord-ovest, sul versante occidentale di La Morra e a Verduno, affiora infine la Formazione della Vena del Gesso, originatasi nel Messiniano, la fase più recente tra quelle citate. Depositi sabbiosi con presenza di gesso e minerali di solfato, a tessitura piuttosto leggera.
I suoi figli sono spesso i più accessibili in gioventù, di certo dai profumi nitidi e con la struttura meno imponente del novero.

Tutto qui? Assolutamente no. Sempre a nord-ovest tra La Morra e Verduno, si trova anche la messiniana Formazione di Cassano Spinola, l’unica di origine non marina ma fluviale (e lagunare). Peraltro presente in due varianti: sabbiosa (Berri e Serradenari)  o marnosa (San Giacomo, Ascheri, Castagni, nella metà orientale di Sant’Anna e Neirane).

(NdA. Fossi un pignolo dovrei menzionare anche i ghiaiosi Conglomerati di La Morra e le Marne Plioceniche del periodo Zancleano che si trovano unicamente a Cherasco, ma visto che non lo sono… Ops.)

Ah! Ancora una piccola precisazione: questa “mappa” è solamente un’utile semplificazione, non un vangelo. All’interno di ciascun comune, persino all’interno di un singolo cru, o MGA se preferisci, il suolo spesso cambia. Le formazioni si sovrappongono, si mescolano, si declinano in una moltitudine di sottotipi.
Sapevi che Masnaghetti, nel suo lavoro di mappatura, ha identificato con certezza almeno tre varianti diverse delle sole Marne di Sant’Agata, ciascuna con caratteristiche e comportamenti fenologici distinti?
Ecco, è precisamente questa complessità a rendere il “gioco” del Barolo inesauribile, a differenziare un cru dall’altro.

 

Una parola sul clima

Continentale temperato, si dice. Ma la definizione è troppo larga per essere davvero utile. Quello che conta, nella pratica, è che le estati sono generalmente lunghe e, non di rado, asciutte (il che concentra le sostanze nelle uve), le primavere piovose e gli autunni portano quelle nebbie fitte che, a torto o ragione, si sono legate perfino al nome del Nebbiolo. L’irraggiamento solare risulta più che generoso, mentre la grandine resta il nemico più temuto, democratica nel senso più crudele del termine: non rispetta né cru né reputazioni. E il cambiamento climatico sta già rimescolando le carte, in modi che meriterebbero un articolo a sé.

 

Fine. Più o meno. Nel senso che se adesso mi chiedessi cosa continuo a cercare ogni volta che torno a quelle colline – e ci torno sempre, anche solo con la mente; queste righe ne sono la prova – non ti risponderei un’etichetta. Non prima di tutto, almeno. Ti risponderei piuttosto con la sensazione che mi dà camminare quel piccolo lembo di terra che per me ha dentro la vastità di un mare, e dove nasce il vino più testardo e commovente che conosca.

 

About the Author: Andrea “Andreinoxp” Penna

Nato a Genova non troppi anni fa (più o meno), passo l’adolescenza a chiedermi perché abbia sempre preferito un raviolo cotto sulla stufa a un exogino, o ancora cosa mi avesse spinto, ancora infante, a scolarmi tutti i fondi di Moscato d’Asti lasciati incustoditi dagli adulti, dopo il brindisi di capodanno, incappando nella mia prima ciucca. Intanto, diventato prima Sommelier Professionista AIS e poi Assaggiatore ONAF, dopo svariate esperienze nel mondo della ristorazione, tra cui il servizio dei vini al ristorante “La Terrazza” del Belmond Hotel Splendido a Portofino, dall’ottobre del 2016 sono entrato a far parte dell’Elenco regionale degli Esperti Degustatori dei Vini D.O.C. presso la Camera di Commercio di Genova per poi bla bla bla… Perdonami, mi sto annoiando da solo. Beh, ti prego di mantenere il segreto, ma sappi che ancora oggi, nonostante sospetti sia colpa degli uomini della mia famiglia, del nonno paterno, commerciante di vino in giro per il nord Italia, di quello materno, agricoltore, combattente e scrittore, e di mio padre, agronomo mancato con il tocco per la fotografia (che io non ho), continuo a chiedermelo qui su Enoplane.com.