“Ma quanto sono stati disponibili?”
Quest’affermazione risuona nella mia testa e in quella della mia accompagnatrice mentre risaliamo in macchina dopo la visita presso la cantina di Elio Altare a La Morra.

La visita non era stata programmata per scriverci un post, voleva solo essere una parte della breve vacanza tra il Monferrato e le Langhe che mi sono concesso per riposarmi durante il periodo del mio compleanno.
Sono circa le 10 di mattina. Arrivati presso la cantina, suoniamo il campanello e veniamo accolti dalla sua collaboratrice, la gentilissima Beatrice Bongiovanni (anche lei produttrice), che ci fa accomodare nella sala ricevimento/degustazione.
Apprendiamo che il Signor Altare ci raggiungerà nel corso della visita.
Dopo pochi minuti, ancora nel corso delle presentazioni di rito, eccolo spuntare.  Una stretta di mano decisa, ci prende con sé e via, ci conduce nel suo mondo.

Siamo stati tutta la mattinata in sua compagnia, ci ha portato in giro per la cantina, abbiamo parlato di tutto e di più, della sua attività, della sua vigna vita (permettimi il lapsus…), della sua famiglia, del problema con i tappi avuti con il Barolo nel 1997, della grandine del 2002, di politica, del suo rapporto con critici e guide, della sua azienda Campogrande alle Cinque Terre, del nuovo progetto in Cannubi (sogno del suo fidato aiutante giapponese Tesu Cyo), del rapporto con i suoi collaboratori, del Barolo, delle bottiglie degustate nel corso della sua vita, del rapporto con quello che lui considera il suo maestro, Angelo Gaja, e…

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Ci ho ripensato più volte ma, probabilmente, fili conduttori degli argomenti discussi sono i valori dal quale il Signor Altare non sembra poter trascendere: la passione e la voglia di primeggiare (alla mia domanda sul perché non producesse alcun bianco in Langa, la candida risposta è stata che non aveva senso perché sapeva già che sarebbe arrivato secondo rispetto per esempio a certi vini bianchi francesi o…).
Come tutti i “grandi personaggi” (spero mi permetterà di chiamarlo così) spacca, divide, affascina.
Potrei riportare le parole apprese da lui ma il mio consiglio è quello di andarlo a trovare a casa sua, in cantina e se siete fortunati (ma neanche troppo vista la sua disponibilitá) ascoltarle da lui stesso.
All’ora di pranzo ci ha dovuto lasciare, abbiamo proseguito con la degustazione di molti dei suoi vini con la sua collaboratrice ma ho deciso di non scriverne approfonditamente; non ho preso appunti e me li sono goduti ancora sedotto dalla conversazione.
Mi ha colpito il Cinque Terre d’impostazione borgognona, vendemmiato circa un mese prima del periodo di raccolta del comprensorio per elevare fragranza e durezze (in questo momento l’azienda sta conducendo alcune prove sull’affinamento di questo vino in barrique e secondo il Signor Altare ne vedremo delle belle).
I Barolo Arborina e Cerretta disegnano i terroir d’origine. Verticale e dal frutto nitido il primo, poderoso e già complesso il secondo.
A prescindere dal pensiero di ognuno sullo stile modernista di Elio Altare, chi parla di Barolo steroidati (gonfiati, “spremute di trucioli”, o altri termini denigratori…) in realtà non li ha mai assaggiati.

È arrivato il momento di andare, sono quasi le 14.00.
Mi piacerebbe, in futuro, degustare ancora i suoi vini, magari con lui e la figlia Silvia, quel giorno assente.
Una sua frase mi accompagna: “I vini buoni sono buoni sempre, prima, ora e dopo”.

 

Arborina, o Arburine, è un cru di 10 ha di La Morra. Ha un’altitudine media di 270 mt s.l.m. ed è generalmente esposto a sud-est, tranne nella parte rivolta verso l’Annunziata che guarda a sud. Non è un cru dei più storici e infatti le uve in passato venivano conferite alle grandi cantine della zona, ma grazie al lavoro di alcuni produttori, Elio Altare in primis, è riuscito a farsi un nome in tutto il mondo per il frutto e la freschezza dei suoi vini.

 

Azienda Agricola Elio Altare
Via Annunziata, 51
12064 La Morra (CN)
www.elioaltare.com
+39 0173 50835