Eccoti il quinto episodio di Fame di  Carta, questa volta dedicato al libro di Camillo Favaro che racconta il mondo del Lambrusco, “Tutti lo chiamano Lambrusco”.
Buona lettura!
PS: se non sai  cos’è Fame di Carta clicca qui.

 

Tutti lo chiamano Lambrusco“, pubblicato da Fil Rouge nel 2017, è un libro scritto da Camillo Favaro per raccontare una delle sue passioni, il Lambrusco. Perché? Perché era il momento di abbatterne la dubbia reputazione, al di fuori dallo stivale un po’ da Coca-Cola italiana, e narrarne storia e potenzialità. Grande storia e grande potenzialità.
Faceva troppo male pensare che nel non lontano 1983, dopo la già forte industrializzazione subita, fosse pure stato commercializzato in lattina. Sì, sto parlando dell’8 e 1/2 di Gacobazzi e il fatto che tu sappia di cosa sto parlando, non è una bella cosa.
Per ridare il giusto peso al Lambrusco, Camillo Favaro si è avvalso della conoscenza di tre modenesi DOC, ovvero Antonio Previdi (oste), Giulio Loi (agente di commercio HO.RE.CA.) e Filippo Marchi (produttore di tappi), e delle bellissime fotografie in bianco e nero di Maurizio Gjivovich.
“Tutti lo chiamano Lambrusco” non tratteggia un profilo univoco del vino in questione (anche perché non esiste…), piuttosto ne definisce l’intero mondo attraverso il viaggio tra una ventina di produttori, autentici difensori della tradizione o giovani laici e innovatori, sempre e comunque uomini che hanno qualcosa da raccontare sul Lambrusco di qualità.
Nonostante ciò, il libro si apre con la visita a un non-produttore, quel Vincenzo Venturelli, detto il professore perché precedentemente insegnante di matematica e fisica alle superiori, che da quasi mezzo secolo vinifica, per se stesso e per gli amici, il frutto di 1 ha di vigna a Saliceto Panaro, dinanzi a casa sua, e che per Camillo Favaro è stata la scintilla che gli ha fatto pensare di poter compiere questo viaggio.
Per gli appassionati del vino emiliano, il Prof. è una vera leggenda e il suo Sorbara, con una produzione di circa 800 bottiglie all’anno, è un paradigma etico e gustativo inconfutabile, che non ha paura del tempo e delle mode.
L’opera prosegue con le interviste e il racconto dei produttori incontrati, divise in 3 parti chiamate Lambrusco di  Sorbara, Lambrusco Salamino di Santa Croce e Lambrusco Grasparossa. Il perché puoi immaginarlo da solo
Continua poi con il contributo di Marisa Fontana, ricercatrice di ampelogia che racconta la storia della coltivazione della vite nel modenese, terroir e vitigni compresi.
Chiude con le risposte alla domanda sottintesa nel libro: perché Lambrusco? Se non avessi idea della risposta, non ti resta che leggere questa stupenda opera.

Lambrusco Favaro

Vincenzo Venturelli in una fotografia di Maurizio Gjivovich

Chi è l’autore?

Camillo Favaro nasce nel 1969 a Piverone, in provincia di Torino. Lì, da una ventina d’anni, conduce l’azienda vitivinicola di famiglia fondata dal padre, l’Azienda Agricola Favaro Benito,  ma è impegnato anche in un secondo progetto, l’agenzia creativa Artevino Studio, specializzata in design e comunicazione per cantine.
Prima di “Tutti lo chiamano Lambrusco” si è cimentato con Giampaolo Gravina nella stesura della guida “Vini e Terre di Borgogna”, libro cult per gli appassionati della regione francese già arrivato alla seconda edizione.

 

3BOCCONI

Lambrusco Salamino
Nel 1866, Maini nel corso di una conferenza riporta che “nel carpigiano propriamente detto domina il Lambrusco Salamino” che “non ha temuto fino ad ora la crittogama”, informando sulla tolleranza mostrata da questa varietà all’Oidio da poco arrivato anche Italia.
Il Franchino, nei primi decenni del Novecento, del Salamino dice che “è vino assai pregiato dal grosso commercio, intensamente colorato, con schiuma rossa, più alcolico degli altri due (Grasparossa e Sorbara), più ricco di estratto e di acidità.
Non ha profumi o aromi particolari che lo contraddistinguono”. Il Lambrusco Salamino deve il suo nome alla conformazione del grappolo, che ricorda la forma di un piccolo salame.
La foglia è di media grandezza, cuneiforme, tri- o pentalobata, con seno peziolare a V-U aperto, talora con base limitata dalle nervature. La pagina superiore è verde intenso, leggermente bollosa e con nervature parzialmente arrossate. La pagina inferiore si presenta lanuginosa con nervature a volte leggermente arrossate alla base. I denti sono poco pronunciati, irregolari, leggermente arcuati.
Il grappolo è piccolo, cilindrico-conico, talvolta alato, compatto. L’acino è piccolo, rotondo, con buccia pruinosa, di colore blu-nero, non molto spessa, consistente.
Anche il vino di Lambrusco salamino è ricco in colore (rosso rubino carico) e i riflessi violacei si ritrovano anche nella spuma. A dispetto di Aggazzotti, si può dire che il profumo è fine e fruttato, mentre al gusto si presenta moderatamente corposo, fresco e vinoso. (Tutti lo chiamano Lambrusco, Camillo Favaro, 2017, Fil Rouge SCRL)

Vittorio Graziano (Castelvetro di Modena – MO)
Ci sono gli indiani e ci sono i cowboys. Fin da piccoli veniamo posti davanti a delle scelte. E sicuranmente Vittorio da piccolo ha scelto la strada più difficile: quella in salita, tra ribellioni e battaglie, perché lui in una riserva non ci voleva finire.
Tradizione, istinto, natura, osservazione. Ordine e disordine qui trovano il loro punto di equilibrio. Siamo ben oltre, o più probabilmente ben prima, della nouvelle vague dei vini naturali. Vittorio fa vino con le uniche regole che conosce: le sue.
Quest’incontro ci ha mostrato un uomo che sa di essere un punto di riferimento per chi si chiama fuori dagli schemi. Ed è cosi che diventa portavoce di quelli che credono in lui e che gli hanno messo al braccio la fascia di capitano. È evidente che l’ascia di guerra, lui, non la seppellirà mai. Per fortuna.
Vittorio, che signiflcato ha per te la parola Lambrusco?
Ề un vino la cui dignità si è, per cosi dire, un po’ appannata nel tempo (gli scappa un sorriso amaro) perché è stato oggetto di un business troppo grande, fondato sul basso costo della materia prima e sul basso prezzo di vendita. Un business che ha innescato una caduta di credibilità e un gioco al massacro della terra. Per produrre quantità enormi ci vogliono concime chimico, antiparassitari pesanti, diserbanti, acqua più o meno potabile per irrigare; e quindi devastazione della terra senza dare aiuto ai contadini. Il Lambrusco sarebbe un’altra cosa. La sua dignità andrebbe ricostruita partendo da criteri agronomici di coltivazione equilibrata. Faccio un esempio banale. Lo Champagne, un vino semplice basato su uva acerba che non riesce a maturare alla quale viene aggiunto dello zucchero, gode di una fama planetaria. Pur essendo un vino semplice, costa caro. Il Lambrusco, che non avrebbe bisogno di zucchero se prodotto in quantità modesta, è ridotto a 1,60 euro al litro. E allora quale dignità possono avere i contadini che se ne occupano? Però nel mezzo qualcuno che ci guadagna c’è: qualche manager e qualche commerciante.
E un triste destino, ma almeno il tentativo di resistere va fatto, affinché sopravviva una cultura sostenibile di questo vino, sostenibile per i produttori ma anche per i consumatori. Il problema è che ai consumatori o non interessa bere Lambrusco perché è sempre meno buono, oppure va bene cosi perché costa poco.
Chiediamo se la comunicazione di settore potrebbe dare una mano.
C’è carenza di comunicazione corretta, le guide sono inquinate, ci sono in girodelle “brode” che più che chiarire le idee le confondono! E non è che ce ne sia una molto peggiore dell’altra, ma non è nemmeno vero che la meno peggio sia la migliore! (ride) Manca proprio l’informazione sana, giusta. L’informazione corretta è quella che lascia percepire bene quali siano le differenze tra un Lambrusco e l’altro, tra una cultura e l’altra nel produrre il vino. La cattiva informnazione è corresponsabile della débâcle. E una mistificazione a non finire, a partire da quelle pubblicità che richiamano paesaggi bucolici inesistenti. Nel mondo del vino per fortuna c’è qualche ribelle che segue la propria strada senza omologarsi. Parlo a livello nazionale, perché se riduciamo il cerchio a livello locale, scatta quasi la solitudine.
E la ristorazione?
Il vino si compra perché sia bevuto. E questo è ancora un altro problema. La cultura media della ristorazione si è abbassata moltissimo: gli ingredienti che acquistano sono quasi tutti di tipo industriale e poi non c’è più voglia di conoscere, di capire, di porsi domande sulla provenienza delle cose. Comprano vini modaioli, vini che si sono distinti per essere considerati importanti. Ne prendono poche bottiglie per i clienti difficili e rompiscatole, e quando glieli chiedono «Certo che ce l’abbiamo» e tirano fuori la bottiglia. Quelli io li chiamo “vini da arredo”.
Se prendi il mio vino lo devi stappare, non farci arredamento!
Chiediamo a Vittorio se i suoi sono vini naturali.
Io faccio un vino che parte da una terra rispettata. Uso rame e zolfo fino a quando non troveremo qualcosa di meglio. Non faccio uso di chimica di sintesi né di irrigazione, se non quando piove. (Tutti lo chiamano Lambrusco, Camillo Favaro, 2017, Fil Rouge SCRL)

Perché è solare
Una volta l’anno arriva l’estate e tutto il mondo si rifugia nel Lambrusco. La sua capacità di adattarsi alle situazioni più disparate e il suo potenziale rinfrescante illuminano la bella stagione di una luce più vibrante. E il Lambrusco funziona praticamente sempre: nei pic nic in campagna, nelle escursioni in barca, nei trekking in montagna, nei falò da spiaggia, con le infradito a bordo piscina.
Lambrusco come brezza rinfrescante, condizionatore d’aria, frigo classe A+++.
Più che un vino, è un problem solving. (Tutti lo chiamano Lambrusco, Camillo Favaro, 2017, Fil Rouge SCRL)

 

Tutti lo chiamano Lambrusco
Camillo Favaro, 2017, Fil Rouge SCRL
Prezzo in libreria: 25,00 euro

Sommario

Prefazione di Burton Anderson

II chiodo fisso

Pianeta Modena

Fotografie

“Sono nato sotto una vite di Sorbara”

I Produttori

Lambrusco di Sorbara
Christian Bellei – Cantina della Volta
Mauro Bompani – Garuti
Sandro Cavicchioli – Cavicchioli
Gian Paolo Isabella e Marcello Righi – Podere Il Saliceto
Marco Lanzotti – Angol d’Amig
Alberto Paltrinieri – Cantina Paltrinieri
Gabriele Ronzoni – Casalpriore
Roberto Vezzelli – Francesco Vezzelli
Silvia Zucchi – Zucchi

Lambrusco Salamino di Santa Croce
Gianluca Bergianti – Bergianti
Luciano Saetti – Saetti

Lambrusco Grasparossa
Faustoe Fabio Altariva – Fattoria Moretto
Roberto Balugani – Roberto Balugani
Anselmo Chiarli – Cleto Chiarli
Alberto Fiorini – Poderi Fiorini
Paolo Ghiddi – San Polo
Antonia Munari Giacobazzi – Villa di Corlo
Francesco Gibellini – Tenuta Pederzana
Vittorio Graziano – Vittorio Graziano
Claudio Plessi – Plessi

La vite nel Modenese di Marisa Fontana

Evoluzione della viticoltura

Dal terreno al terroir

I vitigni e i vini
Lambrusco di Sorbara
Lambrusco Salamino
Lambrusco Grasparossa

Bibliografia

Perchè Lambrusco?

Contatti Produttori

 

Ti è piaciuto questo quinto episodio di Fame di Carta? Se la risposta è sì, non devi fare altro che aspettare la prossima uscita. Magari mentre ti leggi “Tutti lo chiamano Lambrusco”.
Come? Vuoi un indizio sul prossimo libro? Non voglio farti troppe promesse, ma è un libro che chiunque “ama mangiare fuori” avrebbe dovuto aver già letto.
A presto.