Da qualche anno a questa parte, insieme alla sezione ONAV della mia città, Cagliari, e grazie soprattutto a Vasco Ciuti, responsabile della didattica e grande conoscitore di Francia, stiamo approfondendo una delle zone vinicole d’Oltralpe più sottovalutate e meno conosciute. Sto parlando del Sud Ovest. In una serie di appuntamenti, che corrispondono ai suoi viaggi, ne abbiamo analizzato le principali denominazioni e nell’ultimo capitolo si è pertanto parlato di Cahors e del Malbec.
Siccome è stato uno degli incontri che mi è piaciuto di più, ho deciso di parlarne qui su Enoplane.com, limitandomi prima a portare alla tua attenzione le parole di Vasco e poi a lasciarti le mie personali note di degustazione sui 9 vini assaggiati: 2 bianchi e un rosso nella prima batteria, 6 Malbec nella seconda.
Sei pronto per questo veloce viaggio nel sud-ovest della Francia? Allora andiamo…

Fondata dalla popolazione dei Cadurci, la città celtica di Cahors si sviluppa lungo le sponde del fiume Lot. Tuttavia, furono i romani, dopo averne conquistato le terre, a portare la viticoltura iniziando a produrre dei rossi interessanti. La svolta per il vino della zona ci fu però nel 1152, quando Eleonora d’Aquitania sposò in seconde nozze Enrico II Plantageneto, Duca di Normandia e futuro Re d’Inghilterra.
Perché questo evento fu così importante? Semplice: i rossi di Cahors iniziarono a presenziare sulle più importanti tavole inglesi e la loro fama si diffuse anche nella Francia nord-occidentale. Visto il successo che stavano avendo, i signorotti locali iniziarono a investire anche sulle infrastrutture e, nel 1219, resero il fiuma Lot navigabile, così da rendere possibile imbarcare le merci fino a Bordeaux e da lì arrivare facilmente in diversi paesi tra cui appunto l’Inghilterra.
Tutto ciò durò solo fino al 1241, quando Enrico IV di Francia concesse alla popolazione di Bordeaux il diritto di vietare alle merci provenienti “da fuori” di transitare per il loro porto. In questo modo i bordolesi riuscirono a esaurire sistematicamente le loro scorte di vino, guadagnando a discapito degli altri paesi produttori.
Anche se troppo tardi, solamente nel 1773 Luigi XVI ristabilì l’equità dei commerci. Lo sviluppo dell’economia vinicola di Cahors subì pertanto una drastica frenata e, nel frattempo, i vini di Bordeaux, fino ad allora molto meno pregiati rispetto a quelli del Sud-Ovest, riuscirono a colmare il gap qualitativo imponendosi sul mercato.
Come nel resto d’Europa, anche qui arrivò quindi la fillossera, che dal 1876 iniziò a distruggere i vigneti della zona. Fu l’ennesimo duro colpo per un’economia oramai quasi interamente basata sulla viticoltura. Eppure dopo una sua rinascita dovuta agli innesti, la qualità dei vini riprese a essere importante e nel 1971 fu finalmente istituita l’AOC Cahors, unica denominazione che utilizza il Malbec come vitigno principale.
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Ma ora torniamo ai giorni nostri e parliamo di terroir. Il clima della zona di Cahors è influenzato dal fiume Lot, che per 60 chilometri scorre tra le alte colline ai piedi del Massiccio Centrale. Questo permette alle brezze fresche atlantiche e a quelle più calde del Mediterraneo di unirsi regalando un clima perfetto per la coltivazione della vite. Lo scorrere dell’acqua caratterizza anche la diversità dei suoli secondo altitudine. Le zone più vocate sono quelle situate più in alto, sull’altopiano chiamato Causse, caratterizzate da roccia madre calcarea. Qui possiamo trovare terreni con alte percentuali di marne e argilla, addirittura ricchi di ferro. La parte bassa, quella più vicina al letto del fiume, si contraddistingue invece per terrazzamenti che conservano il medesimo sottosuolo, ma si arricchiscono di depositi alluvionali di vario tipo.
Insomma. oggi la viticoltura nella vallata del Lot ospita circa il 60% dei vigneti della regione e sono generalmente distinti, in base all’altezza e conseguentemente all’epoca di formazione, in 3 terrazzamenti che prendono il nome dai periodi glaciali: Würm, Riss e Mindel.
Beh, prima di portarti alla scoperta dei vini della serata, voglio spendere due parole sul vitigno principe di questo territorio, proprio il Malbec. Nonostante ora sia molto conosciuto grazie all’Argentina, la sua culla originale è proprio la zona di Cahors. Come avrai già capito, furono i romani, circa 2000 anni fa, a piantarlo in queste terre e se originariamente veniva chiamato Côt, negli anni gli furono attribuiti diversi nomi. Quello attuale lo acquisì solo nel XVIII secolo grazie a un produttore del Médoc di cognome Malbeck, una figura importante per la sua diffusione che decise di chiamarlo con il nome della sua famiglia.
Bene, è ora arrivato il momento tanto atteso – spero! – della scoperta dei vini degustati.

Il primo è stato L’Elephant Blanc 2023 di Château Combel-la-Serre (Sauvignon Blanc, Vermentino), un bianco leggero e verticale. Il sorso si apriva con un’esplosione di frutta per poi scorrere dritto sulla lingua, con un scheletro acido-sapido che comandava il sorso rendendolo piacevole e leggero. Un vino sicuramente interessante, anche se piuttosto semplice; sarei curioso di provarlo con qualche mese in più di bottiglia.
Anche nell’Orange Voilée 2022 di Mas del Périé (Chenin Blanc) era la “giovinezza” a farla da padrone, grazie a un sorso vispo e un po’ austero. Nonostante un’acidità ancora marcata e un tannino leggermente aggressivo, la bevuta risultava comunque molto interessante attraverso mineralità e a un ventaglio di aromi intrigante.
La prima batteria si è conclusa con un rosso, ma non a base di Malbec: l’Autochtones 2023 di Mas del Périé (Jurançon Noir, Gilbert, Valdiguié, Noual), sicuramente quello che mi ha colpito meno dei 3. Un vino leggero, morbido, che scorreva bene in bocca ma senza sussulti, come se nessuna delle sue componenti principali volesse prendersi la scena. Il risultato era un sorso un po’ monocorde, piatto.
Ma passiamo ora ai Malbec, 6 etichette che mi hanno fatto pensare ad altrettante differenti caratteri delle persone che tutti i giorni incontriamo nella nostra vita…
Au Cerisier 2022 di Château Combel-la-Serre: a un primo impatto, il naso dava un’impressione scura e profonda, di frutti neri e note ematiche. Anche in bocca le sensazioni restavano le stesse. Il sorso era leggero e avvolgente, con un tannino però non elegantissimo e un tantino giovane. Chiudeva con un finale leggermente amaricante che non disturbava particolarmente. L’assaggio mi ha fatto pensare a una dolce e rassicurante carezza che arriva però da una mano stanca, rovinata e consumata dal duro lavoro.
La Roque 2022 di Mas del Périé: più “dolce”, anche in bocca il sorso risultava meno duro. La trama tannica si mostrava più carezzevole e la frutta risultava più rossa e matura rispetto al precedente. Un vino sicuramente più estroverso, ma anche molto meno intrigante e definito. L’impressione che mi ha dato era quella di un giovane che pur di piacere ai più si adatta a chiunque senza mai fare quello che gli piace realmente, o dire quello che veramente pensa.
Les Peyres Levades 2020 di Château Combel-la-Serre: qui le cose hanno iniziato a farsi veramente interessanti. Il naso era fin da subito più ricco. La frutta scura si addolciva leggermente rispetto al primo vino, ma, all’immancabile nota ferrosa, se ne aggiungevano di speziate e balsamiche. Il sorso più strutturato e profondo, la beva agile, il tannino metteva in mostra tanta eleganza e un’avvolgenza che gli conferiva una sensazione quasi vellutata. Sul finale il ritorno ferroso, già sentito al naso, rendeva la bevuta davvero intrigante. Mi ha fatto pensare a una persona dal carattere introverso e un po’ cupo, da cui però sei stranamente attratto per poi scoprire che dietro nasconde un lato gentile, buono. Alla fine dei conti è stato il rosso che più mi è piaciuto dell’intera batteria.
B 763 2021 di Mas del Périé: sempre scuro e balsamico, ma anche affumicato e “catramoso” (il goudron insomma). Anche qui il fil rouge della serata: quelle sfumature ematiche e ferrose. All’assaggio si faceva apprezzare soprattutto per la buona struttura e per un’astringenza presente ma elegante e mai fastidiosa. Però mi trovo costretto a dirti che non mi ha convinto appieno. Per una chiusura tendente al dolce, una dimensione fino a quel punto rimasta nascosta, leggermente stanca, come se non avesse abbastanza energie per un allungo finale. Se inizialmente si mostra interessante, portandoti a desiderarne la conoscenza, una volta arrivati al dunque non riesce a conquistarti del tutto, anzi, lascia anche un pizzico di delusione nell’aria.
Le Lac-aux-Cochons 2020 di Château Combel-la-Serre: se fino a qui i Malbec della medesima azienda sai già come si mostravano, questo invece apriva su sensazioni più dolci e con una differente esplosività, più impattante e gioiosa, a discapito però della complessità. Il naso risultava meno ricco e intrigante, la bevuta sciolta, il tannino gentile e avvolgente. Un vino molto rassicurante, che comunque sul finale lasciava intravedere una parte più interessante e profonda cosparsa delle solite nuance ferrose e balsamiche. Forse dietro questo carattere un socievole ed espansivo si nasconde qualcosa di più profondo, ma che, in un singolo appuntamento, è stato difficile comprendere sino in fondo.
Extra Libre 2020 di Château du Cédre: è tornata la “notte”, la frutta matura lasciava spazio a sfumature più balsamiche e verdi, con la consueta metallicità presente, ma meno evidente, relegata a un ruolo secondario. In bocca invece lo scorrere del liquido dava vita a una bevuta piena e avviluppante, con una trama tannica molto fine che si aggrappava alle pareti del cavo senza disturbarne la piacevolezza. Se in apparenza poteva sembrare un vino leggero, il sorso lasciava in eredità una traccia profonda della sua ricchezza. Un vino veramente interessante, che però mi ha stregato meno del Les Peyres Levades… Non so dirti perché. Penso che, come per le persone, a volte veniamo attirati da un qualcosa che non sappiamo spiegare. Questioni di magnetismo?
Ecco, adesso avrai capito perché questa serata mi è piaciuta così tanto, vero? Oltre ad aver approfondito una denominazione così poco conosciuta (almeno per me), ma al contempo storicamente importante, mi ha permesso di scoprire il carattere di un vitigno nel suo luogo d’elezione. Siamo ben lontani da ciò che ci raccontano gli argentini con i loro vini concentrati, caldi e dalle morbidezze accentuate. Il Malbec di Cahors, invece, mi è parso più seducente: ti attrae e ti invita a scoprirlo lentamente, sorso dopo sorso. Ha un’anima più profonda e scura, a tratti indecifrabile, che ti lascia affascinato, con il desiderio di conoscerlo meglio e di andare più a fondo. Insomma, una scoperta meravigliosa.
Chiudo ringraziando ancora una volta Vasco Ciuti per queste fantastiche esperienze, che aprono nuovi scenari andando ben oltre le classiche degustazioni.
Bene, quando organizziamo un vero viaggio sulle sponde del Lot? Prepara le valigie…
Cagliaritano DOC classe 1984, Esperto Assaggiatore ONAV e consigliere per la delegazione cittadina della medesima, mi son avvicinato al mondo del vino circa una decina di anni fa, innamorandomi fin da subito del movimento “naturale” e in seguito anche delle fantastiche persone che lo popolano.
Galeotto fu un seminario di degustazione in 4 serate tenuto a Cagliari da Sandro Sangiorgi, del quale, pur senza capirci a quel tempo una benemerita mazza, ancora ricordo, per filo e per segno, alcuni degli splendidi vini assaggiati. Mi colpirono per la loro istintività, di come allo stesso tempo riuscissero a essere imprevedibili e conviviali.
Un sogno? Aprire una piccola enoteca con mescita.
Dove? A Cagliari. E dove sennò.




Molto interessante,ne sappiamo davvero poco sul Malbec. Prossima volta il Cot in Loira.☺️