La passione per il grindcore e per tutta la musica “deviata” parte da lontano, da quando ero ragazzino. Dai Sex Pistols ai Napalm Death (per citare qualche gruppo conosciuto), evitando i Metallica, il salto è stato breve. Un viaggio bellissimo nell’inaccettabile, nella cacofonia e nel rumore.
Ho una propensione punk veloce, non particolarmente sinfonica, preferisco l’emotività alla tecnica, la pesantezza e la lentezza al pezzo di bravura chitarristica, scelgo i growl rispetto alle urla sclerotiche, anche se amo alla follia i Converge primo periodo.
Non mi faccio mancare nulla insomma: hardcore, crust, alcune incursioni nel black metal, la maestosità oscura dei Neurosis… Il devasto degli Eyehategod.
Credo si tratti di sinapsi: le mie si accendono e mi accendono su queste frequenze…

Ultimamente certe band utilizzano la pratica del glitch, già utilizzata dai dj: è un problema tecnico, uno stacco, una deviazione inaspettata che rovina il brano. Il glitch è un errore (non) voluto, imputabile metaforicamente alla macchina, al “suo” limite funzionale. È davvero disturbante e mi piace, sarò malato?
Non sono forse i nostri gusti un riflesso di personalità e di vissuto? Chiedo.
Ho un’enorme difficoltà con la musica pop invece, la trovo banale, iper prodotta, adatta a chi la musica non la ama. Anche se poi razionalmente sbaglio nel giudizio, e sbaglio miseramente, perché vedere mia sorella o Bianca che cantano a squarciagola le canzoni che passano in radio mi riporta al punto di partenza, ovvero: la fruizione musicale è istintiva, personale.
Solo un presuntuoso potrebbe criticare un gusto personale.
Il mio approccio al vino è musicale. Per me degustare è un percorso emotivo, non tecnico.
Dove mi porti? Dove si va? Queste le domande che mi faccio interfacciandomi al calice.
Ricordo quando la souris era per me la “chiusura mandorlata”: certamente impegnativa, spesso sgradevole. Ne ho bevuti tanti di vini così, con la chiusura mandorlata.
Brett e volatili erano all’ordine del giorno, assaggiavo questi vini tutti storti, scomposti eppure vivi, emozionanti. La brett allora era il sentore di cavallo. Prende(va) anche i denti, davanti. E giù di cavallo!
Non ci siamo forse innamorati inconsapevolmente ANCHE di questi aspetti? Nasi cangianti, ossidati e ridotti, gole in fiamme per le acidità fuori dagli schemi? Chiedo.
Comunque il vino naturale deve e vuole crescere, così il suo vocabolario cambia: termini quali sporco, approssimativo, difettoso, estremo, sbagliato, deviato, puzzolente, fino a allora appannaggio di certa expertise tecnica, diventano di uso comune anche nel nostro mondo.
Nascono scuole di pensiero, manifesti, associazioni, vademecum assurdi, articoli su riviste cartacee e blog vari. Bisogna disciplinare, regolamentare, mettere a bada, educare. Dall’interno. Politicizzare.
Occorre controllare tutto, spianare un mondo variegato con le sue innumerevoli sfumature e approssimazioni che vanno dalle melodie dei Joy Division alla follia dei Brutal Truth. La procedura auto-omologante avanza spedita, senza alcun rispetto per il gusto altrui, fosse anche quello di una minoranza, in nome di un presunto spirito critico.
L’ossessione di certa intellighenzia eno-logica verso il “punto di caduta” non dorme mai: sommelier, critici, influencer, mai realmente entrati a far parte del mondo naturale, comodi con il loro piede in due scarpe agitano tette, cazzi e intellettualismo salottista al vento, dettando regole su come il vino naturale debba essere. E guai a chi lo chiama naturale! Non è forse il termine più vasto, inconsistente e bello per chiamarlo? Chiedo.
Non solamente il vino “deviato” è inammissibile, poco per volta lo diventa pure il consumatore finale:
Tatuato o baffuto? Freak.
Vino scelto per l’etichetta? Eccolo qui.
Ti sta simpatico il produttore con i dread e vuoi provare i suoi vini? No comment.
Hai apprezzato volatili e residuo zuccherino? Ti mancano le basi.
Non hai percepito la Brett? Non capisci un cazzo…
300 bottiglie prodotte e ne hai comprata una a 70 euro? Ti qualifichi da solo.
Senti, senti la souris!!!
Ecco, è in queste critiche bisbigliate o urlate on-line che vedo il cliché, non nella volatile.
La macchina comunque funziona a meraviglia e i vini, nel bene o nel male, problematici lo sono sempre meno. C’è più accortezza, più savoir-faire, più pulizia. Evviva, aggiungo!
Anche perché non è mio desiderio glorificare il difetto. Voglio semmai difenderlo, perchè esiste.
E difendere chi ascolta una musica diversa dalla mia.
L’approccio verso i vini naturali senza solforosa aggiunta presume inoltre ampiezza di vedute, e non sto parlando di chissà quale illuminazione.
A volte si vola, ma capita pure che il decollo o l’atterraggio siano incasinati. O che purtroppo non funzioni nulla! È comunque un viaggio zaino in spalla. Anche per chi il vino lo produce. Io capisco la ricerca di comodità, ma ti invito a risvegliare un certo spirito di avventura se ti approcci a questi vini!
E non mi si parli di soldi spesi. Con tutti quelli che spendiamo ancora oggi per degustare tantissimi altri vini iper-blasonati e assolutamente inutili.
Se parti per una fiera di vino naturale con la volontà di cercare difetti, ebbene complimenti, li troverai. Che senso ha? Chiedo.
A me piacciono John Zorn e i Naked City, a te Mario Biondi e Madonna. Altri amano Chet Baker, i Megadeth e Taylor Swift. Beatles e Rolling. Rihanna e Sex Prisoner. Ad alcuni piacciono i Clash, ad altri la Goa.
Abbiamo la fortuna di vivere il viaggio nel mondo del vino percorrendo strade diverse, a cui le nostre sinapsi sono grate. Viviamo gli stessi scazzi al lavoro e amiamo staccare con un buon bicchiere. A ognuno il suo.
Sottomettere il gusto degli altri al proprio è omologante, molto di più di un po’ di riduzione.
Accompagnando mia moglie in alcuni showroom, mi è rimasta impressa una sua risposta quando le ho chiesto se le piacesse una maglia che avevo notato, se potesse essere venduta nel suo shop. Mi ha detto che non le piaceva particolarmente, ma che l’avrebbe acquistata comunque, siccome i suoi gusti non sono infallibili… Beh, ci siamo mai chiesti cosa rappresenti il vino non per noi stessi, ma per gli altri?
Serve rispetto e reciprocità. Andare oltre, oltre il gusto, raggiungere un nuovo aspetto della nostra competenza: l’empatia, tramite il vino.
Ad Augusta non ho visto nessuna fazione illuminata, ho visto tanti appassionati che si divertivano degustando i vini dei tanti vigneron presenti. Le fazioni le vedo on-line, vedo dittatori del gusto e scherani al loro servizio. La critica smette di funzionare quando usata per screditare sistematicamente ciò che le è incompatibile. Diventa parodia.
Perché definire noi stessi denigrando gli altri? Chiedo.
Quante sfumature ha il vino naturale? Tantissime, mai troppe. Anche quelle che non (ti) piacciono.
Viva il vino, la musica, la diversità e il glitch. Viva Augusta e tutte le fiere del vino.
United we stand.
I miei assaggi preferiti ad Augusta? In ordine sparso:
- Bruno Schueller, tutti;
- Cascina Roccalini, bellissimi;
- Il Vinco, sempre meglio;
- Grain par Grain, freschi e spensierati;
- Maison Brulées, un grande Sauvignon da vecchie vigne;
- Le Coste, i bianchi;
- Bichery, new-school Champagne;
- Veneri Vecchio, Raffaello;
- Elio Sandri e Luna, che dire.


Ah! Un saluto particolare a Vitalii Karvyha, produttore di sidro dell’azienda ucraina Berryland che ho avuto il piacere di incontrare alla manifestazione (posso chiamarla così?). Ad Augusta.

Nato ad Aosta nel Marzo del 1977, passo l’infanzia in skate. Poi snowboard, mountain-bike, trail… Musica, sempre, viaggi e contaminazione pure.
Nel 2006 una Coulée de Serrant fa nascere in me l’amore per il Vino.
Mi informo, assaggio, esploro, leggo e scrivo. Studio! Con ahimè pochissime occasioni di scambio e come sempre, senza indossare divise.
Dal 2019 vendo la mia idea di Vino in Valle d’Aosta. Ma in fondo l’ho sempre fatto: raccontandolo agli amici, annoiando Francesca mia moglie, facendo scappare i miei figli, Bianca e Dante!
Proprio la condivisione insieme alla natura del gusto, sono i cardini del mio approccio. Che è essenzialmente musicale, non necessariamente tecnico. Sicuramente emozionale e positivo. In una parola: hardcore!




Bellissimo! Un post sulla libertà in ogni senso.
E Augusta non è una rassegna di vini, è pura gioia.
Grazie @hazel! Mi fa davvero piacere e condivido il tuo pensiero su Augusta. Ti aspetto a La Vague 2025. Edo