Senza stare tanto a girarci attorno: il giorno successivo a La Vague 2024 mi sono svegliato con la ferma e incrollabile determinazione nel volere stoppare per un mese il mio rapporto con il vino. Alla parola vino, avrei potuto sostituire la parola alcool. Ma io non degusto altro che vino, rarissime le eccezioni in cui mi conceda della birra o altri (super) alcoolici. Ci tengo inoltre a precisare che io il vino non lo bevo mai, io il vino lo degusto sempre!
Lo degusto ogni qualvolta mi si ponga un calice dinnanzi, anche a fine serata, quando tutto è già stato detto e fatto: il naso nel bicchiere, la sfumatura del gusto, il particolare che mi era sfuggito. E degusto uno o due bicchieri a pasto, sempre con lo stesso approccio.
Io non bevo, io degusto. Questa è peculiarità culturale che, penso, mi differenzi dal bevitore distratto e seriale.
Ciononostante bevo! Sarebbe sciocco e innegabile, nonostante le pompose premesse affermare il contrario. E altrettanto sciocco sarebbe negare la piacevolezza che provo durante l’high alcoolico. Questo aspetto non mi separa in alcun modo dal bevitore di cui sopra.
Così il giorno dopo La Vague, come ti dicevo, smetto. Chiudo per ferie. Ma stai tranquillo: torno quasi subito!
Per 28 giorni. Infatti ho scelto un ipotetico febbraio come mese-off, eheheh!
Come è andata?
Il mio fisico e la mia mente memori del bagordo post-Vague, si lasciano cullare dall’astinenza per i primi 5 o 6 giorni, poi l’abitudine comincia a bussare serena alla porta.
La mia amigdala seguita a chiedersi perché non accompagni un buon calice al cibo, mentre la mancanza del vino si fa sentire subdolamente. Non è una scimmia, sia chiaro. È sottile, si presenta negli orari stabiliti dall’abitudine, le manca il gesto. Le manca l’idea di potersi concedere il meritato, i meritati bicchieri durante il pasto.
Quella boccia con gli amici, l’assaggio dal produttore, l’idea, la sensazione premiante che ora non mi spetta!
Così prendo a deridere e incazzarmi con l’acqua, nonostante ne beva molta, ancora più del solito. È uno sbeffeggio leggero, ridicolo, che uso per farmi forza e funziona. Sono comunque molto tranquillo e presente, non sono sempre lì a annusare e a studiare come un pirla. Tradotto in soldoni, mi sembra di dedicare più tempo ai miei commensali del cuore: i miei figli e mia moglie.
Al quindicesimo giorno di astinenza un mio collega mi chiede se mi stia nuovamente allenando per il Tor des Géants, una gara di trail massacrante che avevo concluso nel 2017. Mi vede “asciutto”. Non ho mai abbandonato la passione per la corsa, ma non ho di certo aumentato le distanze da percorrere recentemente! L’osservazione ricevuta mi carica davvero, effettivamente guardandomi allo specchio vedo un viso e una pancetta meno gonfi.
Dormo bene, riposo bene, mangio meglio. Meno. Ciononostante non abbandono in alcun modo il proposito di tornare alle vecchie abitudini a scadenza del mio fioretto. Non vedo l’ora!
Quando arrivano ospiti a cena stappo per loro e non sono infastidito. Non sono assolutamente in difficoltà e comunque non faccio dello stupido proselitismo, semplicemente affermo di essere in un mese-off. Vedo e sento i benefici della mia scelta, così in un momento di “bonanza” mi riprometto di attuarla pure alla fine delle vacanze di Natale, che è poi l’idea originale del Dry-January. Vedremo se ne avrò voglia. Perché poi di questo si tratta!
Soffro in una circostanza, una merenda valdostana a Cervinia, avrei proprio voglia di degustare un bicchiere, ci sono salumi, pane nero e formaggi squisiti. È una saudade che dura il tempo di riflettere sull’inutilità di questo stop temporaneo. Mi girano le palle. Poi passa. Ansia passeggera davvero, perché pur non reputandomi persona ansiosa noto pure una maggiore serenità di sottofondo. La chiamerò lucidità reiterata.
Vado a fare visita a Les Granges e non assaggio, annuso un Cornalin spaziale, sono in dirittura di arrivo, resisto! E resisto piacevolmente: è lampante come la rinuncia ripetuta aggiunga forza al gesto.
Poi arriva il fatidico giorno, il via libera.
Invitato a cena da mia sorella ci tazziamo nell’arco della serata 2 belle bocce. Il vino è splendido, come sempre non delude, il mio spirito critico non si è sopito, sto benissimo, la mia amigdala sa di che si tratta, amo degustare, ridere, chiacchierare e tutto ciò che ruota attorno al mio amato vino. Riposo saporitamente.
I giorni successivi, e fino a oggi (ne sono passati 14) segnano uno stacco assolutamente non intenzionale con l’Edo pre-fioretto: spesso salto il bicchiere al pasto, non me ne frega nulla, bevo l’acqua, vedo la necessità in ottica migliorata, virtuosa. Il calice voglio godermelo davvero, che senso ha abbinarlo a un piatto inconcludente mangiato à la volée?
Invece domani sera mi aspetta una bellissima cena, una pierrade autunnale con dei nuovi amici, ho già scelto quali vini assaggiare, in quale ordine, la bottiglia certa e quella eventuale. Non vedo l’ora!
Ma questa sera non degusto, non mi serve, non aggiungerei nulla alla mia esperienza di degustatore. Va così oggi, adesso.
Quindi?
Non sono qui per cercare adepti, non è il mio stile e l’esperienza vissuta è certamente diversa da quella vissuta da altri, tutti noi siamo diversi, abbiamo vite diverse che conducono a approcci alcoolici e analcoolici ovviamente diversi.
L’hangover successivo a due giorni di grande festa ha dato slancio ai miei propositi, ho preso una bella vacanza dalla mia passione, tornando (momentaneamente) più lucido e distaccato nell’atteggiamento verso il vino. Ho perso pure qualche chiletto. Mi chiedo però per quanto durerà questo nuovo mood, senza grosse illusioni!
Resta un pensiero di fondo, un’idea positiva di reciproco rispetto tra soggetto e oggetto: quasi come se amando il vino lo avessi lasciato libero. Quasi come se il vino stesso, volendomi bene, mi avesse lasciato libero.
E tu hai mai intrapreso un “dry month”? Nel caso hai voglia di raccontarci come è andata?
Nato ad Aosta nel Marzo del 1977, passo l’infanzia in skate. Poi snowboard, mountain-bike, trail… Musica, sempre, viaggi e contaminazione pure.
Nel 2006 una Coulée de Serrant fa nascere in me l’amore per il Vino.
Mi informo, assaggio, esploro, leggo e scrivo. Studio! Con ahimè pochissime occasioni di scambio e come sempre, senza indossare divise.
Dal 2019 vendo la mia idea di Vino in Valle d’Aosta. Ma in fondo l’ho sempre fatto: raccontandolo agli amici, annoiando Francesca mia moglie, facendo scappare i miei figli, Bianca e Dante!
Proprio la condivisione insieme alla natura del gusto, sono i cardini del mio approccio. Che è essenzialmente musicale, non necessariamente tecnico. Sicuramente emozionale e positivo. In una parola: hardcore!



