Dopo un “passo nel futuro” come il rilascio della versione beta di BaroloGPT, ho proprio sentito il bisogno di farne anche un paio indietro.
Nasce così Libera uscita: una sorta di ritorno alle origini di Enoplane.com.
Per struttura quasi un piccolo menù degustazione, nella fattispecie una serie di post in pieno stile blog, della tipologia che parla di tutto ciò di cui l’autore abbia voglia, pertanto non solo di cibo e vino, ma anche di carte (?!?), manga (?!?!?)… e delle mie tante piccole ossessioni passate e del momento.
Sì, poteva essere la forma definitiva della nostra newsletter (e magari in futuro lo diventerà), oppure solo una sorta di SBS (Shitsumon o Boshū Suru – 質問を募集する, che si traduce letteralmente in “Sto raccogliendo domande”) alla One Piece, o magari non nascere affatto. E invece eccoci qui.
Se ti va, continua a leggere. Magari ti diverti.
Come è andata La Vague 2025?

E come vuoi che sia andata? Alla grande.
Dal pre-partita, in edizione magnum, dove oltre ad abbracciare i tanti amici presenti, Edo e la sua famiglia in primis, abbiamo bevuto da 10, anzi da 11, all’après-ski del sabato sera nel quale, certamente un po’ stanchi, ci siamo scaldati dinanzi al falò a colpi di birre acide, bella musica e rosti di patate.
In mezzo un’altra grande edizione della festa del vino più bella che ci sia. E non lo dico perché ho provato a dare una piccolissima mano al Sig. Camaschella nella componente tecno della sua organizzazione. Parlo della qualità dei vini, ma anche del cibo, della bellezza di Cretaz, ma soprattutto delle persone che il 2 agosto l’hanno vissuta: vigneron, artigiani del cibo, musicisti, appassionati o camminatori di montagna che siano. Quello ha fatto la differenza.
I miei assaggi/momenti più significativi de La Vague 2025? Troppi. Però, senza perdermi in annate (che spesso non ricordo…) o note varie, qualcosa posso anche lasciarti: il “vallesissimo” Syrah de Chamoson di Domaine des Petites Planètes, il Roero Rosso Riserva Valmaggiore di Valfaccenda bevuto con Edo, tutti i minuti passati con Daniele Piccinin, il Settantasette di Marco Durante (Il Signor Kurtz), le risate dinanzi al Bati 9 di Colbacco (TI sembra poco un vino che riesce a farti sorridere in una manciata di secondi? Grande Guido!), sono veramente indeciso tra il rosso Amethyste e il bianco Aigue Marine, il secondo dai, che è meno scontato, il Syrah della mia “compaesana” Giorgia Grande (che, solo perché lo conosco bene, non pensavo riuscisse ancora a stupirmi e invece…), la personalità vulcanica di Antonio Cascarano (Camerlengo) e del suo Aglianico del Vulture, il tutto e subito di diversi Pinot Noir di Borgogna e Jura, la stratificazione al palato del Cuna di Federico Staderini, il fresco equilibrio di Caroline (Grain par Grain) e dei suoi vini, la conferma della crescita continua di una giovane (non nell’età delle sue vigne) realtà come Leffrey, l’eleganza, seppure differente dei Pinot Nero di Nadir Cuneaz e della famiglia Noussan, la scoperta del Moscato de Il Ritmo della Terra, la croccantezza del nuovo Nebbiolo dei Fratelli Melfa (Sopravvento), … E potrei andare avanti, sai?
Insomma, se ci ripenso, mi convinco che ci vorrebbero 2 giorni, non uno. Anche se forse, in quel caso, si perderebbe un po’ il senso di festa. E che festa.
Ci vediamo l’anno prossimo, vero?
Ah! Grande Yuri, highlander!
Perché non sono più usciti episodi di Bar Danno?
Beh, intanto sappi che non è escluso che, a breve, esca la nuova stagione. Anche perché gli ascolti sono risultati piuttosto buoni, andando a confermare la sensazione che sulle piattaforme di streaming audio ci sia ancora decisamente spazio per il mondo vino.
Se ci stiamo, ci sto, mettendo un po’ di tempo è sostanzialmente per 2 motivi: perché la realizzazione di BaroloGPT ha richiesto molto più lavoro del previsto (se ti interessa sapere il perché basta chiedere), ma anche perché il software che utilizziamo per convertire i nostri scritti in file audio ha da poco rilasciato dei nuovi modelli di sintesi vocale, dotati di diverse funzionalità molto interessanti, che devo ancora imparare a usare.
Come già scritto in passato, Bar Danno ha senso di esistere solo se la sua realizzazione rimane un qualcosa di veloce. Altrimenti tanto valeva realizzare un podcast vero e proprio… E poi continuare a utilizzare i vecchi modelli non mi divertirebbe più di tanto.
Il mio angolo preferito di Giappone in Italia

Se per Endriu si trova nella sua amata Cagliari e risponde al nome di Gaijin Izakaya (nel caso te lo fossi perso, leggi il suo articolo qui!), per me rimane sempre il MOI Omakase di Francesco Preite a Prato.
Te ne parlo con cognizione di causa perché, dopo qualche anno di assenza, ci sono tornato appena un paio di settimane fa, riscoprendo ancora una volta come il contrasto tra la meticolosità, la continua ricerca della perfezione dei ristoranti giapponesi e l’immagine imperfetta rappresentata dalla maggior parte delle copie situate nel nostro paese mi ha sempre tenuto lontano da questa forma di cucina. Francesco, quella perfezione la persegue tutti i giorni dentro e fuori dal suo “tempio”. Con risultati stupefacenti, ovviamente. Tant’è vero che negli ultimi anni non sono mancati i riconoscimenti – un po’ tardivi eh! – della stampa specializzata.
Addirittura, quest’ultima visita è riuscita a svelarmene un aspetto che ancora non avevo compreso a pieno: l’inclusività. Una parola che potrebbe apparire inconsueta se associata a una forma così “rigorosa” di cucina giapponese, eppure perfettamente calzante.
È stata la presenza al bancone della giovanissima figlia di un amico a mettere in luce questo lato del MOI Omakase. Nonostante la diversità evidente tra la decina di commensali (per età, origini, aspettative ed esperienze gastronomiche), si è creato uno splendido momento di condivisione che ha saputo affiancare la qualità della proposta culinaria. E il merito di tutto ciò va certamente attribuito a Francesco che, oltre a essere un itamae eccezionale, ha dimostrato il talento naturale dell’oste, regalando a tutti i presenti, nessuno escluso, un’esperienza profondamente umana e straordinariamente coinvolgente.

Ultimamente sto leggendo…
Un sacco di manga. Sì, nessuna storia della cucina X o del vino Y, ancora meno dello chef Z. Perché? Perché poi, alla lunga, anche un “nerd” come me rischia di annoiarsi. Soprattutto quando le storie raccontate troppe volte hanno un po’ tutte lo stesso profumo… No, non saprai mai a cosa mi sto riferendo.
Tornando ai manga, ma anche manhua (il corrispettivo cinese) e manhwa (quello coreano), ho appena finito di rileggere One Piece, lo shonen – che secondo me tanto shonen poi non è – che Eiichirō Oda manda avanti dal luglio del 1997. Sì, hai capito bene, da quasi trent’anni.
Capirai bene che arrivati intorno al capitolo italiano 1121, adesso è uscito il 1156 in Giappone, vista la vastità della trama, c’era bisogno di una bella rinfrescata.
Ecco, mi ha davvero stupito perché, a differenza di altri fumetti che hanno segnato la mia infanzia, non so, da Dragon Ball a Saint Seya (I Cavalieri dello Zodiaco), che non riesco più a rileggere perché mi risultano troppo bambineschi, l’ho divorato in poche, pochissime, settimane, ritrovandomi nel panico siccome, vista tutta la carne che il maestro Oda continua a mettere sul fuoco, non finisca per essere un nuovo Lost, ovvero un qualcosa che ho amato alla follia, ma che è finito letteralmente in vacca. Per me il peggior finale di una serie TV mai visto. Talmente traumatizzante che, ogni volta che leggo o guardo qualcosa di appassionante, non posso fare a meno che toccarmi nelle parti basse.
Ah, io le critiche al dopo time-skip non le capisco. O meglio, le capisco, perché tutto il mondo è paese e, come per l’enogastronomia e diverse altre cose, criticare qualcosa di tanto bello da essere diventato mainstream fa fico, genera numeri sui social e… Polarizzare, polarizzare, po”ll”arizzare.
Non vedo l’ora di poterlo far leggere a mio figlio, penso che tutti dovrebbero dare una possibilità a un qualcosa di così leggero e allo stesso tempo votato all’inclusione e alla rincorsa dei propri sogni.
Ma poi, voi che lo criticate, avete letto il flashback di Kuma per esempio o…?

Comunque, 3 opere, tutte concluse, che, senza pensarci troppo, mi sento di consigliarti per staccare il cervello sono:
- Air Gear, il manga di Oh! great che racconta la scalata di un teppistello a “Re del Cielo”. Su pattini volanti e finendo pure per salvare il mondo…
- Rough di Mitsuru Adachi, una delle più belle storie d’amore, adolescenziali, che ho mai letto. Non che ne abbia lette tante eh. Però però.
- Keiji Il Magnifico, la biografia romanzata della vita di Maeda Keiji, il più grande kabukimono mai esistito nel Giappone feudale. Sceneggiato dallo scrittore Keiichiro Ryu e disegnata nientemeno che da Tesuo Hara, il disegnatore di Hokuto no Ken, potrei riassumertelo con una sola parola: libertà.
In realtà, ce ne sarebbero un’infinità, terminate o in corso, anche a tema “enogastronomico” se proprio non puoi farne a meno, ma procediamo con calma. Magari, ragionandoci un attimo di più, nel prossimo Libera Uscita.
Dove vado a mangiare, bevendo bene, a Camogli con vista mare?

Allora, intanto devi sapere che consigliare un giro a Camogli a chi mi chiede info sulla Liguria è una mia fissa. Non solo mia, lo so. Tra l’altro, non hai idea di quanti bevitori insospettabili fruitori di serie tv Rai, mi rispondano “Ma dove hanno girato Blanca?” …
Beh, se prima, pur consigliando sempre di trascorrerci almeno una serata, scegliendo secondo i propri gusti tra Fermento e La Bossa, sicuro della bontà della loro proposta, magari addirittura per l’aperitivo in uno e la cena nell’altro, non sapevo rispondere alla domanda “Dove vado a mangiare, bevendo bene, a Camogli con vista mare?”, adesso sappi che non è più così.



Perché? Perché poco tempo fa, prima dello scoppio del caldo ligure, sono stato a pranzo nella veranda di ÎZOA (si legge ISUA), un ristorante di cucina contemporanea, spesso dalle sfumature internazionali, dove, già da tempo, mi raccontavano esserci nei menù sempre piatti interessanti e buone bottiglie con cui godere guardando il mare, tutto ciò grazie ai fratelli Isola, Andrea e Michela, e ai loro compagni di avventura, Diane Reyes Contador e Mohamed Mahfouz.
Sì, era tutto vero. A questo punto mi toccherà consigliare di trascorre a Camogli almeno due notti. Tre…
Il vino che mi ha impressionato di più nell’ultimo periodo?
Potrei parlarti della “conservazione” di un Dolcetto di Reichmut annata vecchia o dell’ennesimo fanta-Barolo e invece proviamo a risponderti in tre…

Endriu: “Raga, porca t…. che Pinot Nero (NdA: 2018).”
Andrea: “Perché?”
Endriu: “Perché è super buono.”
Edo: “Condivido. Ricordo una magnum 2015 devastante.”
Endriu: “Sono sempre stato affascinato dai suoi bianchi, ma questo PN spacca i culi. Ero curioso di provarlo dopo aver letto che Sancerre, prima dell’arrivo del Sauvignon Blanc, era conosciuta per il Pinot Nero. Ora ho capito perché.”
Andrea in risposta a Edo: “Si ok. Ma perché? Cosa aveva di devastante la 2015?”
Edo: “Ma io ricordo questo frutto bellissimo… A parte che c’era la carbonica allora. Tanta profondità, un bell’allungo, sale, un terreno diverso da quello di Borgogna, una bella affumicatura, aveva già sviluppato del goudron. Era veramente, veramente, un bel vino. E anche una bella rusticità, il tannino. Ricordo proprio un bel Pinot Nero completo! Bello, bello, bello.”
Endriu: “Edo invece in questa 2018 il tannino era di una leggerezza e di un’eleganza unica. Il sorso super equilibrato, leggiadro. Aveva sì, come dici tu questo frutto, ma anche tante spezie, balsamicità, note terrose… Una complessità che mi ha davvero stupito. Ultimamente troppi Borgogna mi è sembrato facessero il compitino scorrendo via sulla lingua dritti, mentre questo era proprio una carezza lungo tutta la bocca. Mi ha veramente stupito. C….!”
Edo: “Comunque raggazzi, Riffault a me non ha mai deluso.”
Può bastare?
Come sei stato da Langosteria a Paraggi?






Urca, questa è una domanda birichina. Potrei anche risponderti “bene”, nel senso che, visto il tipo di situazione e avendo lavorato al ristorate La Terrazza de Lo Splendido di Portofino, dal mio punto di vista, non avrebbe senso menzionare l’importanza del corrispettivo economico, allineato ai competitor di Portofino, o una carta dei vini composta di grandi classici, senza alcuno spazio per il mio amato naturale (Che poi mi chiedo: non sarebbe un plus offrire anche qualcosina di diverso?). Ancora di più se si valuta la bellezza paradisiaca di quella baia, la conseguente alta qualità della materia prima e un servizio, a pieno regime anche a pranzo, che ho trovato ben eseguito.
Dunque perché non lo dico? Perché, proprio tenendo conto di tutto ciò, l’uscita dalla cucina di un tonno rosso (stra)cotto sul carbone così (sinceramente con una cottura del genere non saprei neanche valutarne la qualità…) l’ho trovata piuttosto inaccettabile. Dico “piuttosto” siccome, per non rovinare il pranzo a chi mi accompagnava mandandolo indietro e…, me lo sono mangiato in silenzio sorridendo. Amaramente eh.
Ma davvero non se ne è accorto nessuno tra sala e cucina? Peccato.

Nel prossimo episodio di Libera Uscita:
- Dove mangio la focaccia al formaggio di Recco?
- Come usate l’intelligenza artificiale su Enoplane.com?
- Cosa c’entra il mondo del vino con le carte di Magic
- … Curioso, vero? Partecipa anche tu, anche solo con una domanda!
Nato a Genova non troppi anni fa (più o meno), passo l’adolescenza a chiedermi perché abbia sempre preferito un raviolo cotto sulla stufa a un exogino, o ancora cosa mi avesse spinto, ancora infante, a scolarmi tutti i fondi di Moscato d’Asti lasciati incustoditi dagli adulti, dopo il brindisi di capodanno, incappando nella mia prima ciucca. Intanto, diventato prima Sommelier Professionista AIS e poi Assaggiatore ONAF, dopo svariate esperienze nel mondo della ristorazione, tra cui il servizio dei vini al ristorante “La Terrazza” del Belmond Hotel Splendido a Portofino, dall’ottobre del 2016 sono entrato a far parte dell’Elenco regionale degli Esperti Degustatori dei Vini D.O.C. presso la Camera di Commercio di Genova per poi bla bla bla… Perdonami, mi sto annoiando da solo. Beh, ti prego di mantenere il segreto, ma sappi che ancora oggi, nonostante sospetti sia colpa degli uomini della mia famiglia, del nonno paterno, commerciante di vino in giro per il nord Italia, di quello materno, agricoltore, combattente e scrittore, e di mio padre, agronomo mancato con il tocco per la fotografia (che io non ho), continuo a chiedermelo qui su Enoplane.com.



