“Perché la prima volta che ti ho visto non era stato niente di speciale…” sono alcune delle parole di una canzone di Alex Britti che potrebbe descrivere il mio primo incontro con il Sorriso di Cielo, la Malvasia di Candia aromatica dei Colli Piacentini che viene prodotta dall’azienda La Tosa.

Pizzamiglio Sorriso di Cielo
Sarà che in quel periodo spesso mi servivo in un’enoteca dove ogni volta che mi affidavo al titolare mi sembrava di prendere una sola o che l’avevo assaggiato nel corso dell’infinto pranzo di compleanno di un parente, fatto sta che quella bottiglia, di cui non ricordo l’annata, non mi era sembrata “niente di speciale”.
Passati un po’ di anni, qualche giorno prima dell’edizione 2015 di TerroirVino, stavo organizzando la piccola trasferta con due amici ristoratori, quando uno dei due mi informa che aveva prenotato anche per me la degustazione verticale di otto annate di Sorriso di Cielo.
Ti confesso che ho tentennato e la mia perplessità è aumentata quando sono venuto a sapere che si sarebbe scavato in profondità, sino all’annata 1993.

Vigna Sorriso di Cielo

Ecco, se ci ripenso ora mi viene da ridere. Ma non per la scarsa qualità dei vini proposti, bensì per l’esatto contrario, per la bontà dei suddetti e per la storia che quel giorno mi è stata narrata.
Sì, perché nel corso degli anni il Sorriso di Cielo non è sempre stato fatto nello stesso modo; i fratelli Stefano (presente alla degustazione) e Ferruccio Pizzamiglio, infatti, nel tempo hanno apportato diversi cambiamenti alla vinificazione di questo vino, tutti perfettamente riscontrabili nelle varie annate.
Adesso posso dirti che quella è stata la mia verticale preferita dell’anno scorso.
“Ehhh!?!” dirai tu, ma ti rispondo che poche volte mi sono trovato di fronte a uno spettro tanto ampio di sensazioni date da uno stesso vino.
Stefano mi ha raccontato che questo vino è nato dal desiderio di creare un bianco fermo, strutturato e longevo, da uve autoctone e che, come i produttori di Barolo che andavano in Borgogna a imparare i segreti dei vignerons locali, aveva iniziato a frequentare l’Alsazia individuando nel Gewurtztraminer un’uva dalle molte similitudini con la sua Malvasia.
La prima annata risale al 1990, però quelle bottiglie non sono mai state messe in vendita perchè ritenute disequilibrate, con una struttura troppo debole rispetto alle caratteristiche acquistate nel passaggio in legno.
Dal 91 hanno iniziato a diradare i grappoli e ad apportare una serie di cambiamenti in vigna, che da quell’anno è interamente inerbita, al fine di avvicinarsi sempre di più all’ideale di vino che avevano in testa.
Per raccontare il percorso seguito fino ai giorni nostri non posso fare altro che riportare le parole scritte nel memorandum fornito dall’azienda ai presenti: “…nel 91, 92 e 93 abbiamo criomacerato una parte dell’uva con il risultato di avere nel vino un’aroma appena un po’ piu intenso, ma al prezzo di un’astringenza e una sensazione amara più spiccate, per cui abbiamo abbandonato questa tecnica e utilizzato esclusivamente la vinificazione in bianco con la pressatura degli acini interi. A partire dal 1998 abbiamo abbandonato l’uso del legno e incominciato a lasciare nel vino un leggero residuo zuccherino, che permane ancora oggi e varia a ogni annata (da 7 a 22 gr/lt negli ultimi 16 anni). Intorno a metà anni 2000, dopo tante sperimentazioni, abbiamo trovato quella che per la nostra Malvasia è la temperatura più o meno ideale di fermentazione, importante per poter esprimere un corredo aromatico che sia fresco, ricco di aromi di fermentazione, esteri di alcoli superiori… e al tempo stesso dotato di sfumature mai banali, ma anzi molto personali. Sempre in quegli anni lasciare il vino sulle sue fecce di fermentazione, travasandolo per la prima volta solo subito prima della chiarifica preimbottigliamento, ci ha consentito di incrementare l’avvolgenza e la complessità del Sorriso di Cielo, anche se nello stesso periodo abbiamo ormai compreso che fondamentale nella sua evoluzione è sopratutto il periodo trascorso in bottiglia e che idealmente dovrebbe essere di almeno 3 anni dall’imbottigliamento, per continuare a evolversi sino a 18/20 anni e più. A partire dal 2001, a fronte del riscadalmento del clima, abbiamo diminuito notevolmente l’incidenza del diradamento dei grappoli, per non forzare la fotosintesi nella direzione di un’eccessiva sintesi di zuccheri, foriera di un grado alcolico elevato (dal 1997 al 2000 il Sorriso di Cielo aveva ben 15 gradi). A partire dal 2009 abbiamo preso a esplorare ed esaltare, ancora più che nel passato, l’acidità e la sapiditá della Malvasia, che così tanto la differenziano dal Traminer, contenendo appena un po’ la defogliazione, praticata all’invaiatura, e anticipando, pur di poco, la data di vendemmia. Ultimamente, al fine di incrementare la bevibilità del vino e sempre per equilibrare le vendemmie precoci e calde degli ultimi tempi, ci siamo abituati a bloccare la fermentazione a un residuo zuccherino poco elevato, non superiore ai 10 gr/lt.”
Quel giorno le annate che abbiamo degustato sono state la 2014, la 2011, la 2010, la 2009, la 2006, la 2004, la 2000 e la 1993.

Grappolo Sorriso di Cielo

Ora potrei sciorinarti punteggi, graduatorie… ma non credo serva! Più andavamo avanti nella degustazione più questo vino mi stupiva convincendomi. Avessi avuto l’occasione ne avrei comprato tutta la serie… e chissà cosa nascondono ancora le altre annate non presenti in degustazione?!?
Come? Vorresti i voti?
Uhmmm, ok facciamo così. Questa è la scheda che ci è stata fornita sempre dall’azienda sulla bottiglia del 1993: “La piovosità dell’estate aveva disturbato particolarmente la maturazione della Malvasia, molto più che nel 1992. Avevamo predisposto per il Sorriso di Cielo, grazie al diradamento, un vigneto in più rispetto ai soliti, ma diversi giorni prima della vendemmia, per favorire la maturazione dei grappoli migliori, un po’ difficoltosa, avevamo alleggerito le piante dai grappoli più verdi. Al momento della vendemmia, il 28 settembre, la maturazione dell’uva era buona, ma meno soddisfacente rispetto al 1992. Molta malvasia era gialla, e molta verde-gialla; era pochissima l’uva con un principio di appassimento, abbastanza presente, invece, nelle due precedenti annate. La quota di uva verde criomacerata corrispondeva al 12% dell’uva totale, e la criomacerazione è durata 22 ore, alla temperatura di 4*C. In più, quest’anno avevamo fatto una piccola prova di appassimento (circa un 4%) dell’uva, raccolta un po’ precocemente e poi aggiunta all’uva base al momento della pressatura. Dopo i consueti 5 giorni, abbiamo messo il 20% del mosto in fermentazione in barriques. Dopo 6 mesi e mezzo in botte con batonage bisettimanali, abbiamo fatto l’assemblaggio del vino ed il 2 settembre 1994 l’imbottigliamento, ottenendo 2810 bottiglie. Alcol svolto 13,2%, pH circa 3.”
Definirlo come un vino ancora vivo è come dargli del vecchietto.
All’interno del suo complesso bouquet olfattivo ho trovato anche una inaspettata nota lattica, generalmente appartenente ad alcuni metodo classico, che lo esaltava.
Emozionante.
Voto: 99

È una provocazione? Forse.
Pochi giorni fa, grazie ad un amico, ho scoperto che i fratelli Pizzamiglio possiedono anche un agriturismo adiacente alla cantina dove è possibile assaggiare i piatti tradizionali di Vigolzone in abbinamento ai loro vini.
Quindi, che si fa?
A te la scelta…

Le foto della vigna e dei produttori sono state scelte e fornite dall’azienda.

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