Storie autentiche di vino, cibo e persone

Le Langhe, un paradiso per i wine lovers di tutto il mondo, talmente radicato nell’immaginario collettivo che persino l’UNESCO ha sentito il bisogno di metterci sopra il proprio sigillo parlando di vigneti a perdita d’occhio, borghi e cantine secolari” e di un territorio che “si distingue per l’armonia e l’equilibrio tra le qualità estetiche dei paesaggi e le diversità architettoniche e storiche legate alla produzione di vini tra i più importanti al mondo”.

E poi c’è la cucina. I plin, la finanziera, il brasato, il vitello tonnato, la carne battuta al coltello, i tajarin, le lumache, il tartufo… il kimchi.

Calma. Non sono impazzito.

Negli ultimi anni, per una serie di coincidenze tutt’altro che casuali, dall’influenza dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo all’attrazione che i ristoranti della zona esercitano su cuochi e operatori stranieri, il territorio ha iniziato a dialogare con cucine e culture lontane. Così, se a Bra puoi trovarti davanti a dei sorprendenti tacos e solo spostandoti a Torino a un caffè colombiano di livello assoluto, a Verduno oggi esiste un ristorante che porta in tavola la Corea senza dimenticare dove si trova: URI.

Ma facciamo un passo indietro, al 2015, nelle cucine di Massimo Camia.
È lì che Federica Vaira e Seul Ki Kim si incontrano lavorando fianco a fianco. Non nasce un progetto, ma un’intesa che va oltre il lavoro.
I percorsi poi si separano, come è naturale che accada. Federica continua il suo cammino con Camia, mentre Kim approda a Villa Crespi, da Antonino Cannavacciuolo.
Dopo alcune esperienze all’estero, il rientro in Italia nel 2017, l’incontro con Davide Palluda e il matrimonio definitivo, questa volta in tutti i sensi.
Nasce così, nel 2018, URI.

La prima volta che ne ho sentito parlare, non ricordo da chi, URI si trovava ancora a Roddino, ma, per una serie di circostanze come il COVID, non riuscii a organizzarmi.
È tornato nei miei pensieri più avanti, nel corso di una visita in cantina da Vaira Aurelj e Tom Myers (D’Arcy).
Siccome in quell’occasione ho saputo che il ristorante stava per trasferirsi nella nuova sede di Verduno, ho quindi deciso che tanto valeva aspettare.

Ne è valsa la pena? Intanto queste sono le fotografie rubate nel pranzo di metà dicembre.

Il nuovo URI a VERDUNO, un'inaspettata deviazione in un territorio che a volte sembra già scritto

Esterno

Esterno #2

Cantina a vista

Mise en place

A Verduno oggi esiste un ristorante che porta in tavola la Corea senza dimenticare dove si trova: URI Sapori Condivisi... - Champagne

Champagne Extra Brut “Résonance” 2020 di Marie Courtin

Appetizer

Appetizer #2

Appetizer #3

Lievitati

Il nuovo URI a VERDUNO, un'inaspettata deviazione in un territorio che a volte sembra già scritto - Calamari

Calamari su brace, rapa brasata, brodo di gallo

Pesce Carbonaro croccante, agrodolce di aceto di riso nero, coriandolo

 

Il nuovo URI a VERDUNO, un'inaspettata deviazione in un territorio che a volte sembra già scritto - Spaghetto

Spaghetto e salsa macha a base di peperoncino

A Verduno oggi esiste un ristorante che porta in tavola la Corea senza dimenticare dove si trova: URI Sapori Condivisi... - Vino

Paraje Lomo de los Ingleses 2020 di Bodega Lava

Il nuovo URI a VERDUNO, un'inaspettata deviazione in un territorio che a volte sembra già scritto - Kimchi

Kimchi

A Verduno oggi esiste un ristorante che porta in tavola la Corea senza dimenticare dove si trova: URI Sapori Condivisi...

Tteokgalbi (polpetta tipica coreana) cotta su brace, cipolla marinata

Formaggi

Il nuovo URI a VERDUNO, un'inaspettata deviazione in un territorio che a volte sembra già scritto - Cannolo

Cannolo croccante, caramello allo yuzu, cioccolato dulcey

Piccola pasticceria

Piccola pasticceria #2

Parcheggiata la macchina, il colpo d’occhio è notevole, da – passami il termine – “grande” ristorante. Curato, contemporaneo, eppure per nulla pacchiano o fastidioso nel rapporto con il paesaggio circostante.
L’interno segue la stessa linea. Ampio e luminoso, nonostante la giornata uggiosa, con travi a vista e spazi ben calibrati che danno respiro a una sala dagli arredi essenziali, giocati sulla neutralità dei toni e sulla trasparenza dei tavoli in vetro.

Prima ancora dei singoli piatti assaggiati, vale la pena soffermarsi un momento sulla cucina nel suo insieme. Qui la parola “fusion” serve a poco. Quello che arriva al tavolo è un unicum costruito su equilibri delicati, dove la matrice coreana non è un vezzo, ma una grammatica usata con consapevolezza in uno scambio perpetuo con tecnica e ingredienti italiani, lavorando più sulla coerenza che su di un effetto sorpresa fine a se stesso. Anche in questo caso si percepisce grande cura.

Al percorso Nuovi Sapori, quello che mi è stato presentato come il più “coreano” dei tre proposti quel giorno, ho affiancato un assaggio di kimchi e un piatto misto di formaggi prima del dessert.

I calamari alla griglia, accompagnati dalla rapa brasata e dal brodo di gallo, mostrano profondità e pulizia, mentre il carbonaro spinge sul contrasto tra croccantezza, grassezza e acidità, senza mai scivolare nell’eccesso dell’agrodolce.
Se lo spaghetto introduce una nota più diretta, piccante e persistente, comunque ben calibrata, il tteokgalbi mi appare come una summa di quanto assaggiato sino a ora, un piatto che chiude il percorso con concretezza, soddisfazione e un pizzico di spensieratezza.
Il dessert conferma il buon passo di tutto il percorso: goloso, ben costruito, mai stucchevole. Tanto da farmi desiderare immediatamente il bis. Di livello anche il comparto lievitati, così come gli appetizer e la piccola pasticceria, tutt’altro che accessori. Interessante e variegata la selezione di formaggi, mentre il kimchi è sparito dal tavolo troppo in fretta… immagina da solo il perché.

Il servizio accompagna il pasto con discrezione e competenza. Il personale è giovane, gentile, sempre presente senza risultare invadente, e preparato anche di fronte a richieste improvvise, come quella di stappare un vecchio Barolo portato da casa per l’occasione. Una pratica gestita senza alcun problema, con un diritto di tappo chiaro e corretto: dieci euro a persona.

La carta dei vini è intrigante, ma la lettura risulta penalizzata, quasi fastidiosa, a causa di una diffusa presenza di asterischi a segnalare le mancanze. Di fatto, l’unico vero neo dell’esperienza, probabilmente uno degli aggiustamenti rimasti ancora da effettuare dal recente cambio di sede.

Insomma, URI, nella sua nuova veste a Verduno, rappresenta una piacevole deviazione. Non una rottura, ma qualcosa di diverso che trova il suo spazio senza forzature e, proprio per questo, riesce con gusto a raccontare qualcosa di nuovo in un territorio che, gastronomicamente, a volte sembra aver già detto tutto.

 

URI
Località Cantina di Rivalta, 4
12064 Verduno (CN)
+39 334 970 4528
website

Menù degustazione:

URI, 58,50 euro
NUOVI SAPORI, 78,50 euro
MAT-URI, 68,50 euro

Vini naturali in carta: sì

 

Pro

  • Una proposta gastronomica diversa, curata e che invita al viaggio

Contro

  • La carta dei vini necessita di un aggiornamento

 

About the Author: Andrea “Andreinoxp” Penna

Nato a Genova non troppi anni fa (più o meno), passo l’adolescenza a chiedermi perché abbia sempre preferito un raviolo cotto sulla stufa a un exogino, o ancora cosa mi avesse spinto, ancora infante, a scolarmi tutti i fondi di Moscato d’Asti lasciati incustoditi dagli adulti, dopo il brindisi di capodanno, incappando nella mia prima ciucca. Intanto, diventato prima Sommelier Professionista AIS e poi Assaggiatore ONAF, dopo svariate esperienze nel mondo della ristorazione, tra cui il servizio dei vini al ristorante “La Terrazza” del Belmond Hotel Splendido a Portofino, dall’ottobre del 2016 sono entrato a far parte dell’Elenco regionale degli Esperti Degustatori dei Vini D.O.C. presso la Camera di Commercio di Genova per poi bla bla bla… Perdonami, mi sto annoiando da solo. Beh, ti prego di mantenere il segreto, ma sappi che ancora oggi, nonostante sospetti sia colpa degli uomini della mia famiglia, del nonno paterno, commerciante di vino in giro per il nord Italia, di quello materno, agricoltore, combattente e scrittore, e di mio padre, agronomo mancato con il tocco per la fotografia (che io non ho), continuo a chiedermelo qui su Enoplane.com.