Nella parte nord occidentale dell’isola, nella regione storica della Planargia, si trova uno dei borghi più belli della Sardegna: sto parlando di Bosa.
Il colpo d’occhio che regala quando arrivi è stupendo. Il centro storico è costituito da case strette e alte, tutte coloratissime, separate da piccole stradine molte delle quali percorribili solo a piedi, con il castello dei Malaspina che sovrasta il tutto dall’alto del colle di Serravalle. In basso invece il Temo, l’unico fiume navigabile in Sardegna, divide il paese, sulla cui sponda sinistra si trovano le antiche concerie del paese.

Bosa è un borgo ricco di tradizioni, ma ce n’è una in particolare di cui ti voglio parlare ed è ovviamente legata al vino. Sì, perché qui trova origine una perla dell’enologia sarda che, ahimè, rischia di scomparire, per l’ennesima volta: la Malvasia di Bosa ossidativa, per anni il vino dell’ospitalità , quello che ti veniva offerto quando andavi a far visita all’amico o al parente, oppure la domenica mattina quando, finita la Messa, gli uomini facevano il giro delle cantine. Insomma, un nettare che faceva parte della vita di tutti i giorni, inserito completamente nel tessuto sociale del paese.

Ma dimmi la verità, ti starai chiedendo perché prima ho scritto “per l’ennesima volta”, vero? Adesso te lo spiego.

La storia di questo vino ci racconta che già negli anni ’50 stava inspiegabilmente per essere dimenticata. Però, per fortuna, nel 1957 giunse a Bosa, sotto invito di un collega, un insegnante barbaricino che di nome faceva Giovanni Battista Columbu e che cambiò il destino della Malvasia. Columbu infatti se ne innamorò fin da subito decidendo di unirsi a un gruppo di contadini e vignaioli locali per salvaguardarne la tradizione, un percorso che qualche anno più tardi culminò con l’iscrizione all’albo dei vini DOC nel 1972.

Anche Mario Soldati rimase colpito dalla Malvasia di Bosa e ne scrisse nel terzo capitolo di Vino al Vino. Quest’ultimo raggiunse il piccolo paesino sotto suggerimento di un’altra grande figura del vino italiano, Luigi Veronelli, che la definì addirittura come miglior vino del mondo. Addirittura, in tempi più recenti, anche Jonathan Nossiter parlò della Malvasia intervistando Giovanni Battista Columbu nel film documentario Mondovino (2004). In sostanza sembrava proprio che la Malvasia di Bosa avesse oramai spiccato il volo… Ma le cose non andarono così.

Come anche nel caso della Vernaccia di Oristano (altro vino ossidativo realizzato pochi chilometri più a sud), la produzione iniziò improvvisamente a diminuire, lasciando spazio ad altre metodologie di vinificazione atte all’inseguimento dei “gusti” del mercato a discapito della tradizione: bianchi secchi da pasto, i primi spumanti dolci…  Nel 2012 cambiò anche il disciplinare della DOC al quale furono aggiunte le diciture amabile o dolce, spumante e passito, mentre quella tradizionale venne definita riserva. Ovviamente tutto ciò non ha portato a nulla di buono da un punto di vista culturale, si è infatti passati da un vino sublime e ricco di storia a proporre la Malvasia spumante per lo spritz.

Solamente poche aziende, come Columbu e Oggianu, continuarono, e tutt’ora continuano, la battaglia per salvaguardare questo importante patrimonio dell’enologia sarda. Grazie al cielo. Sempre sperando in una nuova inversione di rotta, magari con l’aiuto di qualche giovane desideroso di mettersi alla prova… Ed è qui infatti che inizio a parlarti di Piero Carta e del suo Filet.

Filet 2020 di PIERO CARTA: la MALVASIA DI BOSA ossidativa, una perla da proteggere - Vigna

Grappoli di Malvasia – La vigna di Piero Carta

La storia di Piero con la Malvasia è iniziata nel 1980, quando aveva solo 5 anni. In quell’anno il padre, originario di Bosa ma trasferitosi a Cagliari per lavoro, acquistò mezzo ettaro di terra ricoperto da macchia mediterranea, ripulì tutto e piantò Malvasia. Nei giorni di festa e nei week end Piero diventò il suo aiutante in vigna, seppure l’amore per la viticoltura non scoppiò subito. Ripeteva infatti che, fosse stato per lui, avrebbe espiantato tutto per costruire un campo da calcetto con cui giocare assieme agli amici.

Quando, per motivi di salute, il padre smise di curare l’amata vigna, nessuno della famiglia se ne occupò più. Dopo circa un anno però, nel momento in cui migliorarono condizioni del genitore, Piero decise di farvi ritorno per controllarne lo stato. Fu in quel momento che, trovandosi davanti un mezzo disastro, scattò in lui una scintilla: decise di stabilirsi per un po’ a Bosa a risistemarla, per non disperdere anni e anni di lavoro e fatica. Di certo quei week end passati a lavorare tra le viti insieme al padre gli furono enormemente utili e alla fine rimase a Bosa per ben 6 mesi, periodo in cui prese la decisione di, una volta terminati gli studi, tornare alla terra per produrre esclusivamente la Malvasia ossidativa.

Oggi coltiva 1,8 ettari di vigneto dell’età media di 40 anni, su suoli calcareo marnosi. Ovviamente porta avanti un’agricoltura senza uso di sostanze chimiche di sintesi e in cantina non utilizza alcun artifizio, servendosi solo di fermentazioni spontanee in contenitori in acciaio con macerazione di qualche ora. Poi la magia dei lieviti flor avviene nelle botti di rovere dove il vino sosta per almeno 2 anni. Il nome dell’unica etichetta prodotta prende invece spunto da un’altra tradizione bosana, Filet è il nome di un lavorazione tessile molto antica e pregiata che la nonna di Piero preparava al telaio.

Un’ultima piccola curiosità prima di passare alla degustazione: sulla bottiglia non leggerai “Malvasia di Bosa Riserva”, questo perché, non avendo ancora ultimato la sua cantina, Piero vinifica in quella di amici produttori qualche chilometro fuori dal paese.

Bene, ora è arrivato il momento di portarti con me alla scoperta del suo Filet 2020.

Filet 2020 di PIERO CARTA: la MALVASIA DI BOSA ossidativa, una perla da proteggere - Vino

Filet 2020 di Piero Carta

Credimi se ti dico che è autentica poesia, un caleidoscopio di sensazioni incredibili. Solitamente non mi piace parlare dei profumi del vino, ma questa volta voglio fare un’eccezione: sarà sicuramente contento il mio amico Andrea!

Apre su note di frutta matura, agrumi canditi e sensazioni iodate. Dopo averlo fatto arieggiare per qualche minuto le sfumature si fanno più nitide e numerose: albicocca secca e pesca molto matura, mela gialla cotta e fiori gialli, noci e nocciole, zafferano e macchia mediterranea, note marine e minerali che ricordano la roccia calda… Mi fermo qui perché altrimenti sembrerebbe una lista della spesa, ma potrei benissimo continuare. Ora immaginati che questa complessità si trasferisca in bocca rendendone l’assaggio esplosivo. Non ho potuto infatti fare a meno di rimanerne estasiato. Il sorso è secco e deciso, il liquido entra e si allarga man mano che scorre sulla lingua arrivando ad accarezzare dolcemente le guance. Il finale è piacevolmente salato e minerale. Dopo ogni sorso lascia in bocca una sensazione setosa e i sapori riecheggiano a lungo, addirittura per svariati minuti. Praticamente tendendo a infinito.

Insomma, è un vino incredibile, dotato di un forte carattere, ma anche di tanta eleganza. Da bere lentamente e in compagnia, accompagnato da sane e lunghe chiacchere tra amici. Se Giovanni Battista Columbu aveva definito la Malvasia di Bosa come “su inu chi cheret chistionadu” (il vino che chiede di essere parlato/che genera chiacchiere) un motivo ci sarà.

Beh, non so se Piero riuscirà nuovamente a dare lustro alla Malvasia ossidativa di Bosa come fece Giovanni Battista Columbu in passato, è troppo presto per dirlo e solo il tempo ci rivelerà quale sarà il futuro di questo vino, ma quello che ti posso dire subito è che il suo Filet è veramente un vino stupendo.

E tu ti sei mai emozionato assaggiando una Malvasia di Bosa?

 

About the Author: Andrea ” Endriu” Ambu

Cagliaritano DOC classe 1984, Esperto Assaggiatore ONAV e consigliere per la delegazione cittadina della medesima, mi son avvicinato al mondo del vino circa una decina di anni fa, innamorandomi fin da subito del movimento “naturale” e in seguito anche delle fantastiche persone che lo popolano. Galeotto fu un seminario di degustazione in 4 serate tenuto a Cagliari da Sandro Sangiorgi, del quale, pur senza capirci a quel tempo una benemerita mazza, ancora ricordo, per filo e per segno, alcuni degli splendidi vini assaggiati. Mi colpirono per la loro istintività, di come allo stesso tempo riuscissero a essere imprevedibili e conviviali. Un sogno? Aprire una piccola enoteca con mescita. Dove? A Cagliari. E dove sennò.

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