Ogni volta che mi trovo a passare per Torino, città che ha dato i natali a metà della mia famiglia, me ne rinnamoro perdutamente. Anche perché spesso il viaggio è accompagnato da pasti memorabili che aumentano la mia dipendenza nei confronti della vecchia capitale. Per esempio questa volta ho cenato presso il ristorante Consorzio.

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A dirla tutta, c’ero già stato in passato ma non ho potuto fare altro che riprovare le stesse, eccellenti, impressioni.
La carta dei vini, consultabile sul loro sito, racchiude semplicemente il meglio del movimento naturale ed è arricchita da molti produttori che hanno fatto la storia del vino in Piemonte e non solo.
È presente una lavagna su cui vengono giornalmente proposti una bella selezione di vini al bicchiere, più di 10, e i ricarichi su bottiglie e calici di vino sono assolutamente corretti. Che piaccia o no, con la loro costante ricerca enologica, sono sempre stati d’ispirazione a molti ristoratori italiani.

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Alla carta, con un range di prezzi dai 9 ai 18 euro, o in un menu degustazione da una trentina d’euro, l’offerta gastronomica è una panoramica sulla cucina tradizionale piemontese: la carne cruda battutta al coltello, il brasato di Fassone al Ruchè con verdure di stagione, la panna cotta servita con 3 diversi accompagnamenti, nel mio caso con salse al chinotto, al barolo chinato e al torrone, e via così.
Molti piatti nobilitano tagli di carne poveri e dimenticati in molte zone d’Italia; è il caso dei ravioli di finanziera, dell’animella con mandorle, acciughe e spinaci novelli (servita in abbinamento con un calice di Marsala Vecchio Samperi Ventennale di Marco De Bartoli) o del risotto della vendemmia con midollo e stichelton.
Colpisce la qualità degli ingredienti e fa venire voglia di assaggiare tutto il menu.
Mi ha affascinato l’esecuzione del brasato di Fassone al Ruchè, uno dei più morbidi mai assaggiati e dal gusto dI statuaria finezza, non il solito bagno di spezie.

Il servizio è attento, preciso ma piacevolmente rilassato. La sala è un riuscito mix di modernità e tradizione con un tocco di studiata “decadence”.

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Ho “fatto festa” con una Barbera d’Alba “Pochi Filagn” 2009 di Lorenzo Accomasso (26 euro) e di certo non scopro l’America affermando che già da qui si capisce la grandezza del produttore. E’ prodotta in sole 1800 bottiglie. Impenetrabile, suadente, calda e langhetta. Porta con se frutta matura, fiori appassiti, spezie e una stupenda nuance terrosa. Ha ancora diversi anni di evoluzione davanti.

Cara Torino, mi emozioni ogni volta. Il ristorante Consorzio anche.