In un bar: “Cercavamo un giovane che ci desse una mano ad aprire, ma quando scoprono che devono alzarsi alle 5,30 spariscono.”
In un ristorante, al telefono: “No, mi spiace ma siamo chiusi per pranzo. Vedremo il da farsi tra qualche mese. Oggi personale che abbia voglia di lavorare nella ristorazione non se ne trova più.”
In un’enoteca: “Si lavora male e sempre di corsa. Trovare un ragazzino che ti dia una mano…” “Guarda, lasciamo stare i giovani d’oggi. Preferiscono stare a casa con il reddito di cittadinanza.”
Nonostante questa non sia altro che una provocazione bella e (non) buona, anche se non hai mai fatto discorsi del genere, sono sicuro che li avrai già sentiti pure tu. O sbaglio?

Ecco, intanto chiariamo una volta per tutte che i giovani non sono quasi mai i destinatari del reddito di cittadinanza.

Perché quasi?

Perché il reddito di cittadinanza è sì un sussidio destinato ai cittadini, ma che viene erogato cumulativamente ai nuclei familiari collocati al di sotto della soglia di povertà in possesso di specifiche condizioni di reddito e patrimonio.

In particolare un giovane potrebbe dunque percepirlo solo se orfano (condizione che mi auguro nessuno ritenga una furbata), in qualità di integrazione se non convivente con i genitori e già percepiente un reddito superiore ai 4000 euro annui o come richiedente per l’intero nucleo familiare dove gli ipotetici genitori dovrebbero pertanto non guadagnare molto. E comunque in quest’ultimo caso normalmente sarebbero proprio loro a farne richiesta.

Detto ciò, tenuto conto anche dei numerosi titoli apparsi sui media, penso sia più interessante chiedersi perché al giorno d’oggi è diventato così difficile trovare ragazzi che abbiano voglia di lavorare nel comparto della ristorazione.

Potrebbe essere perché, rispetto a 10/15 anni fa, i giovani hanno anche diverse altre possibilità dettate da una nuova morfologia economica (grande distribuzione, logistica, e-work…)?
O perché magari, a causa dell’eccessivo aumento del costo della vita, di certo non imputabile al settore stesso, il rapporto tra la paga oraria e la qualità offerta da una gioventù nella ristorazione, agli occhi di chi non è mosso da una grande passione per la professione, potrebbe apparire sfavorevole?
E se invece fosse perché inaspettatamente la ristorazione è una bolla costruita grazie ai media che in realtà annoia i giovani?
O ancora mi chiedo se, adesso che il food & wine sembra tirare assai, non saranno molto semplicemente troppi gli esercizi che necessitano di personale?

Proviamo a fare due conti.

In Italia l’anno scorso eravamo 59 milioni di individui, mentre le attività della ristorazione, tra ristoranti e bar, tenendomi basso superavano le 350000 unità.
Lasciando un attimo da parte il fatto, comunque non trascurabile, che non abbia capito in quale misura in questi dati, ottenuti facendo la media tra quelli forniti da CONFCOMMERCIO, UNIONCAMERE e FIPE, rientrino attività quali alberghi, stabilimenti balneari, mense, catering e fastfood, fingendo inoltre che non esistano gli extra per i momenti caldi – weekend, festività e stagione – e ipotizzando che ciascuna attività, tra sala e cucina, in media abbia bisogno di almeno 2 dipendenti (non ridere. Anche io, se penso alle attività della mia città o a quelle dove ho lavorato penso siano pochi, ma non sono riuscito a trovare dati certi e quindi ho preferito tenermi davvero basso) oltre alla proprietà, si evince che un italiano su 85 dovrebbe essere un cameriere o un cuoco a tempo pieno.

Fattibile?

No lo so, ma di certo da questo risultato dobbiamo ancora togliere i 16 milioni di pensionati italiani e altri 10 milioni di minorenni. Anzi facciamo 9 così andiamo a includere chi ha più di 16 anni. Poi togliamo anche i 3 milioni di dipendenti statali, mentre, per comodità, essendo difficile quantificare quanti rientrino nel calcolo, non conteggiamo gli inabili al lavoro.

Scopriamo così che in realtà è una persona su 44 che dovrebbe essere un cuoco o un cameriere per soddisfare la richiesta fittizia di personale appena calcolata.

E se invece in realtà gli occupati medi da un’attività della ristorazione fossero 3? Uno su 29. 4? Uno su 22. 5? Uno su 18…

Fattibile? Già molto meno. E ai miei occhi sembra di scorgere finalmente anche una verosimile risposta al problema. Se poi ci aggiungiamo la componente economica, un dato di fatto che ai miei occhi non ha bisogno di grandi commenti, la combo è ovviamente devastante.

Tu cosa ne pensi? Vuoi aiutarmi a farmi un’idea più precisa? Secondo te esiste davvero un problema tra i giovani e la ristorazione? Vorresti un altro approfondimento su questo tema? Fammelo sapere nei commenti, anche sui social se preferisci.

 

NB: per favore, non mi fraintendere. Esiste un problema tra i giovani e la ristorazione che sembra non trovare più personale? non è assolutamente una lancia spezzata a favore del reddito di cittadinanza, un argomento che difficilmente troverà spazio su Enoplane.com. Era però necessario provare a chiarirne il funzionamento in merito al fine di escluderlo dalla riflessione.

Supporta ENOPLANE.COM!

Segui già Enoplane.com su INSTAGRAM e FACEBOOK?

Se la risposta è sì, non ti rimane altro da fare che iscriverti alla newsletter inserendo nel form la tua mail.

Diversamente aiutaci cliccando sui due link qui sopra. Potrebbe sembrarti una sciocchezza, ma per noi è importante. Grazie!

You have Successfully Subscribed!

Pin It on Pinterest