La prima volta che sentii parlare di Tesu Cyo fu nel 2014. Parlando con Elio Altare del nuovo Barolo da Cannubi, emerse che una delle motivazioni del progetto stava proprio nel desiderio del suo “insostituibile” braccio destro di confrontarsi con quelle uve, con quella vigna.
Considerato l’investimento dietro a un’operazione simile, sorrisi tra me e me: doveva essergli davvero molto caro.
Fatto sta che il suo nome non incrociò più la mia strada sino all’inverno del 2024. Fu allora che, durante uno dei miei passatempi preferiti – sfogliare la carta dei vini dei ristoranti che le pubblicano online, in quel caso quella del Piazza Duomo di Alba -, mi imbattei in alcuni Barolo dal prezzo tutt’altro che trascurabile, prodotti da una cantina a me sconosciuta: l’Azienda agricola Tes.
Davvero? Com’era possibile che non ne avessi mai sentito parlare? E chi diavolo c’era dietro?
Fu il sito web della stessa azienda a svelarmi l’arcano: Tesu Cyo.
Quella che segue è la sua storia, o almeno la ricostruzione che sono riuscito a mettere insieme rovistando tra siti e social, talvolta scritti anche in giapponese. (Sì, lo so. Avrei potuto scrivergli – l’ho fatto solo pochi giorni fa per gli ultimi dettagli – o magari provare ad andare a trovarlo. Ma che vuoi che ti dica? Giorgio docet.)

Fotografia fornita dall’Azienda
Nato a Tokyo, nel 2009 è stato il primo studente giapponese a diplomarsi all’Umberto I, la scuola enologica di Alba. Nonostante continui a lavorare accanto a Elio Altare, nel 2017 dà vita alla sua creatura: l’Azienda Agricola Tes.
Il debutto ufficiale arriva nel 2021 con il Barolo 2017 e negli anni successivi seguono il Tre Langhe Nebbiolo 2022 e, nel 2023, il Barolo da singolo vigneto Bettola “Vecchie Viti” 2019.
Perché “ufficiale”? Perché in realtà aveva iniziato a produrre vino già nel 2015. Non avendo però ancora ottenuto le certificazioni necessarie alla DOCG, quelle prime bottiglie erano uscite come semplice Vino Rosso.
Come potrai immaginare, da quel giorno assaggiarne almeno un frutto è diventato un mio pensiero fisso.
Tuttavia, complice una produzione microscopica (circa 300 bottiglie per ciascun vino, in totale tre barrique) e il fatto che una parte finisca in Giappone, l’impresa si è rivelata tutt’altro che semplice.
Online non si trovava nulla e, sebbene sapessi che i vini di Tesu Cyo erano presenti in carta sia al ristorante della famiglia Ceretto sia dal suo “compaesano” Koki Sato, al Koki Wine Bar di Barbaresco, fino a pochi giorni fa non ne avevo ancora avuto occasione.
Poi, per caso, questa volta scandagliando la carta di una storica trattoria piemontese dove non ero mai stato, il Marsupino 1901 di Briaglia, ho trovato incastonata buona parte della produzione. Anche a cifre più accessibili, siccome, giustamente, non stiamo parlando di un tre stelle Michelin e delle sue logiche.
Beh, la settimana dopo, di ritorno da una splendida e innevata giornata trascorsa a spasso per cantine nelle Langhe, ci sono andato a cena, riuscendo finalmente a stappare un Barolo 2018 dell’Azienda Agricola Tes.
Fine.

Sto scherzando.
Provato dalla lunga serie di assaggi delle precedenti visite, dopo aver scelto etichetta e annata parlando con il bravo sommelier Luca Marsupino, ho chiesto di poterne spillare solo un paio di calici con il Coravin, per poi finirla a casa, nei giorni successivi, con la calma e il rispetto che meritava.
Prima di passare al vino, però, vale la pena raccontare come lavora.
Tesu Cyo lavora da solo. Dalla preparazione del terreno all’imbottigliamento (del design e delle attività successive se ne occupa la moglie Rieko), ogni fase è gestita da lui in funzione dell’umami.
Di cosa sto parlando?
Cosa significhi, in concreto, è spiegato direttamente sul sito dell’azienda:
“Più piccoli sono gli acini, più i lieviti aderiscono alla loro buccia… il diradamento non viene effettuato per grappolo, ma in base alle dimensioni del singolo acino, per aumentare la concentrazione di componenti umami…”
“Le viti non vengono potate, ma attorcigliate a mano. Oltre a evitare il rischio di malattie che i tagli aperti comporterebbero, le foglie rimaste sulla pianta, attraverso la fotosintesi, forniscono il massimo nutrimento, essenziale per l’umami.”
“Per stimolare la fermentazione del lievito e la formazione dei componenti umami, iniziamo il processo di fermentazione mescolando l’uva con delle pale entro 24 ore dalla raccolta.”
“Da quando spuntano i nuovi germogli, nell’arco di circa due settimane, i bruchi che se ne nutrono vengono rimossi manualmente, uno alla volta, e quando sono più attivi, di notte.”
…
Tutto ciò è reso possibile grazie alla bassissima quantità di bottiglie prodotte e, unito all’assenza di chimica in vigna e in cantina, restituisce un’idea di artigianalità tendente alla purezza, che mi ha subito fatto pensare alla cultura giapponese dello shokunin, intesa come dedizione assoluta al gesto, al tempo necessario e alla responsabilità del fare.
Affascinante, vero? E il vino?
La prima cosa che mi ha colpito è stata la bottiglia.
L’etichetta l’avevo già vista, ma la bottiglia, una volta toccata con mano, mi ha emozionato. Mi ha ricordato le magnetiche kuroraku ideate in Giappone per la cerimonia del tè durante l’epoca Momoyama (1573–1603).


Ho scelto l’annata 2018 perché, pur non essendo considerata dalla critica specializzata tra le più felici dell’ultimo decennio (Masnaghetti le attribuisce tre stelle su cinque, definendola una “primavera molto piovosa, settembre caldo, vini poco generosi”), non mi dispiaceva l’idea di metterla a confronto con altri recenti assaggi.
Come, ad esempio, il Rocche dell’Annunziata Riserva 2018 del Comm. Lorenzo Accomasso che, in barba alle aspettative, mi aveva davvero conquistato.
Diciamo che, nella mia testa, stavo ricontestualizzando la 2018, un po’ sulla scia di quanto mi era capitato con la 2014, inizialmente bistrattata, seppur per ragioni diverse, come una valida annata che ha lasciato decisamente spazio alla mano dei produttori.
Il Barolo 2018 dell’Azienda Agricola Tes esprime bene il modello di equilibrio ricercato nell’assemblaggio dell’eleganza delle uve di La Morra con la potenza di quelle di Serralunga. Entrambe provengono da vigneti con più di 30 anni d’età, per i quali l’azienda preferisce non rendere pubbliche le specifiche MGA, lasciando la centralità alle diverse caratteristiche dei suoli piuttosto che della singola vigna.

Fotografia fornita dall’Azienda
Come per gli altri suoi vini, dalla fermentazione all’imbottigliamento, tocca solo legno. Niente acciaio, né altro.
E, nel caso te lo stessi chiedendo, pensando alle esperienze professionali del suo creatore: no, il legno non risulta invadente, né il colore eccessivamente fissato.

Non appena ci sono stati serviti i due calici, ho chiesto a bruciapelo al mio amico Paolo cosa ne pensasse.
La risposta? Un provocatorio, ma nemmeno troppo: “Per me, il miglior vino assaggiato oggi“.
A testimonianza di un vino capace di invecchiare evolvendosi per almeno un ventennio, ma al tempo stesso già oggi assolutamente godibile: elegante, scuro, scandito. Dotato di una beva di impronta neoclassica, nel senso più virtuoso del termine.
E la questione umami?
Pur non essendo un concetto nuovo – in Italia se ne parla ormai da quasi un ventennio e, nel vino prodotto in Giappone, sta diventando sempre più un tratto distintivo della produzione recente (leggi qui!) – preferisco non esprimermi. Non perché il tema mi sia estraneo, ma perché ritengo di non avere ancora una memoria enologica focalizzata sull’umami tale da permettermi un commento davvero fondato.
Anzi, potendo esprimere un desiderio, mi piacerebbe molto approfondire questo aspetto direttamente con Tesu Cyo, magari in occasione di una futura visita.
Continua?
Spero di sì.
Nota dell’autore #1
La produzione dell’Azienda Agricola Tes è estremamente limitata (meno di 1.000 bottiglie) e la cantina non è strutturata per la vendita diretta. Questo racconto nasce dal piacere della condivisione della scoperta di un Barolo e non come invito all’acquisto in B2C, che risulterebbe peraltro difficilmente praticabile.
Nota dell’autore #2
Della trattoria Marsupino 1901, invece, ti parlerò nel prossimo episodio di Libera uscita.
Nato a Genova non troppi anni fa (più o meno), passo l’adolescenza a chiedermi perché abbia sempre preferito un raviolo cotto sulla stufa a un exogino, o ancora cosa mi avesse spinto, ancora infante, a scolarmi tutti i fondi di Moscato d’Asti lasciati incustoditi dagli adulti, dopo il brindisi di capodanno, incappando nella mia prima ciucca. Intanto, diventato prima Sommelier Professionista AIS e poi Assaggiatore ONAF, dopo svariate esperienze nel mondo della ristorazione, tra cui il servizio dei vini al ristorante “La Terrazza” del Belmond Hotel Splendido a Portofino, dall’ottobre del 2016 sono entrato a far parte dell’Elenco regionale degli Esperti Degustatori dei Vini D.O.C. presso la Camera di Commercio di Genova per poi bla bla bla… Perdonami, mi sto annoiando da solo. Beh, ti prego di mantenere il segreto, ma sappi che ancora oggi, nonostante sospetti sia colpa degli uomini della mia famiglia, del nonno paterno, commerciante di vino in giro per il nord Italia, di quello materno, agricoltore, combattente e scrittore, e di mio padre, agronomo mancato con il tocco per la fotografia (che io non ho), continuo a chiedermelo qui su Enoplane.com.




m sei sicuro che sia nato nel 2009? Oggi avrebbe 17 anni , mi sa che ti sei sbagliato
Seconda cosa , ma io ho vito il sito Internet , lingua o solo giapponese o solo inglese , ma vivono sulla Luna?
Per il resto complimenti per tutto
Andrea ciao. C’è la virgola. Mi sa che un pochino sulla luna sei tu in questo caso. Scherzo eh. Comunque la lingua del sito mi sembra trascurabile, considerato il numero di bottiglie e la bontà di quella che ho assaggiato. A livello di quantità, a oggi, non ce ne sarebbero abbastanza per quale che sia il mercato. Il resto penso siano scelte e fatti loro.
Chiedo scusa , vero , c’è la virgola