Se ti fa piacere, invece di leggerlo, ascolta Come ELIO SANDRI (Cascina Disa) mi ha spinto a riflettere sulla tradizione del BAROLO cliccando qui sotto tramite Spreaker o sulle principali piattaforme di streaming come Spotify e Apple Podcast…
Qualche sera fa, di fronte a un bicchiere di Barolo servito a temperatura ambiente, mi è successa una cosa strana che adesso proverò a raccontarti. Ah, visti i tempi che corrono, ci tengo a precisare subito che la stranezza non era la temperatura di servizio del vino.
“Andre, chi è?”
“Chi è chi?” risposi confuso.
“Il produttore che più incarna la tradizione del Barolo oggi secondo te?”
Guarda, il primo nome che mi è venuto in mente in risposta a questa semplice e anche un po’ sterile domanda, non è stato uno di quelli che, senza nulla togliere ad alcuno, probabilmente ti potresti aspettare se leggi assiduamente Enoplane.com o altre cose sui generis: Accomasso, Mascarello, Canonica e via dicendo… Bensì, rullo di tamburi, Elio Sandri.
Perché? Mhmm, vediamo se riesco a spiegarmi. Anche io, all’inizio, ho avuto bisogno di un attimo per capirmi.
La mia storia con questo produttore è piuttosto recente: iniziò qualche anno fa a La Brinca con un Langhe Nebbiolo, di cui non ricordo l’annata, che – mea culpa – non ricevette la mia piena attenzione, per poi continuare allo stesso modo, senza infamia né lode – di nuovo, mea culpa! – sino a una bottiglia del Barolo Perno Riserva 2013, degustata alla cieca. Un vino dal naso affascinante, che dopo un po’ di tempo dall’apertura tirava fuori diverse sfumature cioccolatose e balsamiche, ma che, per quanto riguarda la bocca, spingeva a riflettere su quanti anni ci sarebbero voluti prima che risultasse pronto, se mai lo sarebbe stato… È stata proprio quella bottiglia a rendermi dubbioso su cosa davvero considerassi tradizione del Barolo, sebbene un attimo prima le asperità del sorso evocassero in me il ricordo dell’intensità ruvida e quasi irascibile di certi autentici Sangiovese grosso. Scherniscimi pure, se pensi che l’imbarazzo provato una volta scoperta l’etichetta non fosse già una punizione sufficiente. Pensa che mesi dopo, a casa dell’amico Matteo Circella, durante l’ennesima cieca, commisi lo stesso identico errore. Fortunatamente, quel giorno ci pensò il buon Fabio, “Manz”, a riportare i presenti sulla retta via.

È quindi proseguita con l’assaggio, ancora alla cieca, del suo Perno Riserva 2016, un Barolo che stavolta aveva mandato in crisi non me, ma il compagno di merenda di turno: scuro, austero, nuovamente tendente all’infinito. Il tutto attraverso una strada costellata di eleganza e raccoglimento, in assenza di sfarzo. Un legame con la 2013 che, personalmente, oltre a sussurrarmi una parvenza di stile, di linguaggio, mi aveva fatto desiderare di conoscere il deus ex machina che vi si nascondeva dietro.

Beh, ho dovuto attendere sino a fine 2023, quando, con il mio amico Yuri, abbiamo passato un paio d’ore in sua compagnia, un lasso di tempo troppo breve per raccontarne la memoria, ma comunque un inizio.
Acquistata dalla sua famiglia nel 1965 e gestita sino al 1981 dal padre Giovanni, Cascina Disa sorge come una sentinella sulle colline di Monforte d’Alba in località Perno, abbracciata dai vigneti che, guardando verso Serralunga, anno dopo anno, danno vita ai suoi vini. A causa di una giornata uggiosa, risultava immersa in un’atmosfera rarefatta, quasi sospesa, che mi aveva colpito per la sua impenetrabile immobilità. Ma era una quiete solo apparente. All’interno, tra botti di rovere e il profumo di vino che riposa, l’energia era vibrante.




Seducente ed eclettico, nella parlata e nei modi di fare, Elio Sandri, mi ha ricordato Strootman, il calciatore olandese transitato in Italia noto come “La lavatrice”. Ma nella sua versione migliore eh, probabilmente quella capitolina. Perché? Perché una volta passati sotto le sue grinfie non è facile uscirne: la conversazione diventa quasi morbosa, assai istruttiva, talvolta irriverente, di certo illuminante, e finisce che non se ne può fare a meno, nonostante l’impegno generato dalla grande mole di input da assimilare, tradurre.
Per un appassionato barolista come me, assaggiare con lui dalle botti rappresenta uno zenit: un’esperienza complessa, quasi trascendentale, dove il confine tra l’uomo e il vino si dissolve, lasciando spazio alla ricerca di una consapevolezza più intima. È come se, in quel momento, mi fosse stato concesso il dono di percepire l’essenza del tempo stesso, non più lineare, ma ciclico, come concepito dagli antichi greci nel loro concetto di aiôn: il tempo dell’eternità, che sfugge alla misura umana. Ogni sorso diventa una riflessione sulla mutevolezza dell’esistenza, sulla pazienza e sulla forza invisibile che governa il divenire. E il vino.
Troppo? Allora rincaro la dose…
In lui ho percepito un’inesauribile sete di conoscenza – il termine “sete”, visto che parliamo di vino, mi sembra più che adatto – che mi ha rimandato a ciò che ancora loro, gli antichi greci, chiamavano epistème, un concetto ripreso nel Novecento da Foucault: in soldoni, la conoscenza per eccellenza, quella che non si accontenta del sapere superficiale, ma scava, indaga, sonda… Una curiosità aristotelica, quella che dovrebbe spingere l’uomo a cercare il perché ultimo delle cose, a non fermarsi al primo responso. Per Elio Sandri ogni botte mi è sembrata essere una domanda, e ogni sorso una possibile risposta, difficilmente definitiva, ma, personalmente, quella che ogni volta avrei voluto ricevere. Che buoni i suoi vini.

Detto ciò, ti starai ancora giustamente chiedendo perché mi è uscito il suo nome in risposta alla domanda in apertura, vero?
Allora: sappi che per me la tradizione non è solo la comoda ripetizione dei gesti antichi, un rifugiarsi nella memoria o un rassicurante ancoraggio al passato. È piuttosto la capacità di tramandare un’identità attraverso il tempo, adattandosi ragionevolmente al cambiamento senza mai tradirsi. Probabilmente l’aspetto più difficile della questione.
Ecco perché mi è venuto in mente Elio Sandri. Ormai l’avrai capito: austerità, solidità, resistenza, un equilibrio definito dall’inscindibile legame con il terroir… Insomma, nei suoi vini ritengo convivano tutte quelle peculiarità che compongono il mio immaginario gustativo circa il Barolo (Fai attenzione però, sto parlando di “immaginario gustativo” e non di “gusto”, ok?). Non c’è spazio per la fretta o per il compromesso, per le mode del momento. Io stesso in passato ho faticato a riconoscerne l’identità e il peso, rendendomi conto che furbescamente, o forse no, tali caratteristiche sono state spesso abbandonate anche da chi per la collettività continua a ergersi a paladino del mito e che quindi dovrebbe intrinsecamente preservarle nei propri vini.
Il mio dubbio, infatti, adesso si è trasformato in un appello, un’urgenza: se vogliamo davvero parlare di tradizione, facciamo tutti attenzione a non confondere le cose, a non lasciar correre, a non abbandonare troppo facilmente ciò che definisce l’essenza stessa di un prodotto unico come il re dei vini sabaudi. Saggio sarebbe preservare la coerenza e il rispetto del tempo che hanno reso grande questo vino, altrimenti, difficilmente si potrà continuare a parlare di quell’identità, di una storia che si tramanda di generazione in generazione.
Se poi nel farlo ti trovassi in difficoltà, come me rischiassi di perderti lungo altre strade più contemporanee, una visita in cantina a Cascina Disa potrebbe essere la giusta cura.
Cascina Disa – Azienda agriviticola Elio Sandri
Località Perno, 14
12065 Monforte d’Alba (CN)
+39 0173 787337
info@cascinadisa.com
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P.S. Senza entrare in contrapposizione con le altre “correnti” del Barolo – come ho già scritto, solo in Italia fatichiamo a renderci conto che nel mondo c’è posto per tutti. Quasi tutti, dai. Sto parlando di barolisti o giù di lì… – questo breve racconto vuole celebrare la tradizione del Barolo attraverso la specialità di un produttore. Per gli assaggi dei suoi vini, vecchi e nuovi, l’entrata in azienda dei figli, Luna e Riccardo, e altre questioni, ci sarà certamente spazio in futuro. Probabilmente anche per una disamina su ciò che mi frulla in testa riguardo a questa mia grande passione. Dopo vari articoli sul Barolo, mi sono reso conto di essere stato piuttosto criptico. Persino per me stesso.
Nato a Genova non troppi anni fa (più o meno), passo l’adolescenza a chiedermi perché abbia sempre preferito un raviolo cotto sulla stufa a un Exogino, o ancora cosa mi avesse spinto, ancora infante, a scolarmi tutti i fondi di Moscato d’Asti lasciati incustoditi dagli adulti, dopo il brindisi di capodanno, incappando nella mia prima ciucca. Intanto, diventato prima Sommelier Professionista AIS e poi Assaggiatore ONAF, dopo svariate esperienze nel mondo della ristorazione, tra cui il servizio dei vini al ristorante “La Terrazza” del Belmond Hotel Splendido a Portofino, dall’ottobre del 2016 sono entrato a far parte dell’Elenco regionale degli Esperti Degustatori dei Vini D.O.C. presso la Camera di Commercio di Genova per poi bla bla bla… Perdonami, mi sto annoiando da solo. Beh, ti prego di mantenere il segreto, ma sappi che ancora oggi, nonostante sospetti sia colpa degli uomini della mia famiglia, del nonno paterno, commerciante di vino in giro per il nord Italia, di quello materno, agricoltore, combattente e scrittore, e di mio padre, agronomo mancato con il tocco per la fotografia (che io non ho), continuo a chiedermelo qui su Enoplane.com.



